Editoriale di Franco Cardini

Di memoria e d’identità si parla fin troppo, di questi tempi: al punto che qualcuno ha proposto di bandire per almeno dieci anni tali due termini dal nostro lessico, sia ordinario, sia intellettuale. E, mentre forse per pudore ormai si preferisce pronunziare il meno possibile la parola Europa, al suo posto si registra un’irresistibile ascesa di quella Mediterraneo e di tutto quel che concerne quello specchio d’acque che i nostri antichi orgogliosamente denominavano Mare nostrum e oggi i francesi chiamano poeticamente La grande Bleue.
Storia mediterranea, folklore mediterraneo, addirittura dieta mediterranea. Ch’è anzi forse il concetto più chiaro e meglio definibile di tutti. L’acqua è la vita, e quando ancora il continente europeo era in gran parte una landa coperta di fitte foreste e di tetre brughiere sulle acque assolate del grande mare capriccioso ma in fondo buono s’incrociavano imbarcazioni d’ogni genere mentre sulle sue rive s’infittivano i porti e le città. E dappertutto nascevano miti, leggende, riti, culti, santuari, sempre dominate dalle due piante tipiche e dai due prodotti-cardine di quel mare, la vite e l’olivo, il vino e l’olio, senza le e i quali sarebbero impensabili sia la Bibbia sia l’Odissea, i fondamenti del nostro vivere e del nostro immaginario: tanto cibi quanto sostanze sacre.
Forse il tentativo di creare addirittura una realtà economico-politica, l’Unione Mediterranea lanciata qualche anno fa tra l’incontro di Barcellona del 1995 e la proposta dell’ex presidente francese Sarkozy del 2008, è fallito; ma intanto si è addirittura andato facendo strada di recente il concetto di “antropologia mediterranea”, che peraltro risulta tuttora in via di precisazione e che per adesso si è polarizzato solo sullo studio di alcuni concetti-chiave, come quelli di “onore” e di “vergogna”, mentre risulta invece strettamente collegato a problemi più ampi e generali come quelli dell’immaginario, delle frontiere, dei confini e delle dinamiche acculturative. Su ciò è rivelatore il saggio di E. Sauer, Le frontiere dell’Europa e l’antropologia mediterranea, pubblicato nel libro di più autori Il genere dell’Europa, a cura di A. Clementi (Roma, Biblinck, 2003, pp. 197-225). Sulla stessa linea concettuale, ma prendendo spunto dal fortunato testo teatrale di Erri De Luca, L’ultimo viaggio di Sindbad – dove l’avventuriero delle Mille e Una Notte viene strappato dall’immenso esotico Oceano indiano e trapiantato nel nostro caro mare chiuso – un gruppo di studiosi guidati da due filologhe (la prima salernitana impiantata in Massachussets, Roberta Morosini, la seconda evidentemente non-salernitana ma che v’insegna, Charmaine Lee) hanno assunto il Mediterraneo come oggetto generale e privilegiato per un complesso itinerario diacronico e plurispaziale. Ne è uscito un libro a dir poco singolare, dal titolo tanto complesso quanto paradossalmente limpido: Sindbad mediterraneo. Per una topografia della memoria da Oriente a Occidente (Lecce-Rovaro, Pensa, s.d., pp. 350, illustrato, 35 euro). Topografizzare la memoria indica fondamentalmente una complessa operazione spaziotemporale che, nella varietà infinita di luoghi e di situazioni dei e delle quali il grande mare ci offre, spazia alla ricerca di un nucleo unificatore segreto.
Si parla, come vedete, di libri: e nemmeno recentissimi. E si tratta di spunti da approfondire. Un grande studioso scomparso non troppi anni fa, Fernand Braudel, definì il Mediterraneo “un continente liquido”. Noi, ritenendoci europei, stimiamo ormai praticamente – al di là dal giudizio da dare sull’Unione Europea – dei “compatrioti” anche gli islandesi e i polacchi. La “mediterraneità continentale” dovrebbe spingere a sentirci, come italiani, “compatrioti” di siriani e di algerini. E’ possibile? In che senso? In quale misura? Su quali basi? Con quali prospettive? Queste le domande cui rispondere oggi.

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