Il 15 luglio 2016 il governo di Tayyp Erdoğan ha subito un tentato golpe. Da quel momento la Turchia vive in un continuo stato di emergenza, che si concretizza con una serie di limitazioni delle libertà individuali, ma che sembra essere vissuto dal cittadino medio con una certa indifferenza che agli occhi degli occidentali potrebbe essere percepita come qualcosa di incredibile. In questanostra percezione manca però la consapevolezza che per i turchi è pressoché normale che dopo un golpe o un tentativo di sovvertimento politico, come quello di luglio 2016, si assista alla soppressione di alcune libertà. Lo stato di emergenza permette arresti con capi d’accusa sommari, custodie cautelari che si protraggono per settimane se non mesi, interdizioni a lasciare il territorio. Nel corso di questo ultimo anno la Turchia ha vissuto momenti di grande tensione interna e internazionale. Il referendum dell’aprile 2017 ha rinforzato ancora di più il potere politico del presidente Erdoğan. Questo risultato, con il suo seguito di polemiche, ha innescato tutta una serie di reazioni. I partiti all’opposizione, e per primo il Partito Popolare Repubblicano (CHP) che è il più antico partito della Turchia, erede del kemalismo, oggi rappresentano la principale forza politica laica del Paese, in opposizione all’AKP. Il Partito Popolare guidato da Kemal Kılıçdaroğlu nel giugno 2017 ha organizzato una marcia pacifica da Ankara a Istanbul per porre all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale un grave problema: l’uso che si fa della legge, utilizzata come strumento di oppressione. Il leader del partito ha dichiarato che «dobbiamo unire questo Paese così lacerato attorno al diritto alla giustizia e a valori democratici». La marcia si è conclusa a Istanbul con una grande partecipazione popolare il 9 luglio 2017. Il partito all’opposizione condanna lo stato di emergenza in cui, secondo il loro punto di vista, la democrazia è stata sospesa. Per questa iniziativa a Kemal Kılıçdaroğlu è stata conferita la Democracy Award 2017 (Medaglia per la Democrazia 2017), prestigioso premio internazionale che è assegnato ogni anno dall’International Association of Political Consultants a chi si è distinto nel mondo per la promozione della democrazia.

Ogni giorno in Turchia vengono arrestate decine di persone accusate di essere legate in qualche modo a quello che dal governo di Ankara è considerato l’ideatore del tentato golpe: Fethullah Gülen. Quest’ultimo è predicatore e leader del movimento Gülen, conosciuto anche come Hizmet. Gülen è stato per anni alleato del Presidente turco Erdoğan, dal 2013 questo stretto rapporto si è aspramente interrotto. L’alleanza si spezzò dopo lo scandalo riguardante la corruzione, Erdoğan accusò Gülen di essere dietro quelle accuse di corruzione che avevano secondo il Presidente il solo scopo di danneggiare e indebolire il governo e la sua figura politica. Nel dicembre 2013 il governo decise di chiudere molte delle strutture private di insegnamento create in Turchia da Gülen. Non solo la rete di Gülen è sotto stretta sorveglianza da parte della polizia, dopo il golpe sono numerosi i professori universitari, i dirigenti, i militari, i membri della pubblica amministrazione, i giornalisti che sono stati arrestati per connivenza con Gülen, o con l’accusa di aver partecipato all’organizzazione del tentato colpo di stato. Molti di loro, dopo un periodo più o meno breve di detenzione, sono stati rilasciati e alcuni anche reintegrati nei rispettivi ruoli lavorativi. Altri, invece, sono ancora in carcere in attesa di un processo.
Oltre ai giornalisti, negli ultimi mesi sono stati arrestati importanti esponenti di Amnesty International, tra essi Taner Kılıç, presidente di Amnesty Turchia, che si trova in stato di detenzione dal 6 giugno scorso.
Altro nome eccellente caduto sotto la scure della sorveglianza governativa è quello di Osman Kavala, imprenditore ed esponente di punta della società civile turca. Egli è promotore di importanti iniziative politiche e sociali a favore dei diritti umani e contro le discriminazioni nei confronti delle minoranze (armeni e curdi in particolare). Dopo il colpo di stato militare del 1980 ha fondato con Murat Belge, intellettuale e studioso dei processi culturali e politici turchi, la casa editrice Iletisim. Le circostanze del suo arresto non sono molto chiare: Osman Kavala era a Istanbul, di ritorno da Gaziantep, città nell’Anatolia meridionale, dove si era recato per un progetto da realizzare in collaborazione con il Goethe Institut, quando è stato fermato dalla polizia, ed è stato trattenuto per 13 giorni. Dopo un’udienza in tribunale, lo scorso 1° novembreè stato definitivamente arrestato con l’accusa di aver cospirato per rovesciare il governo turco abolendone l’ordine costituzionale. In sostanza Osman Kavala è accusato di aver avuto un ruolo determinante nel tentato colpo di stato del 15 luglio 2016 e di avere contatti con Fethullah Gülen.

In conclusione possiamo dire che, malgrado sia passato più di un anno dal tentato golpe, la situazione in Turchia non è ancora tornata alla normalità e il governo a tutt’oggi pone in essere una serie di azioni limitanti delle libertà personali con lo scopo di rafforzarsi sempre più. Queste limitazioni colpiscono nella maggior parte dei casi gli oppositori politici, gli operatori dell’informazione e gli esponenti di enti che da anni si battono per i diritti umani. In quest’ultimo caso una riflessione corre veloce: bisogna, infatti, ricordare che uno dei motivi per cui la Turchia non è stata ammessa in Europa era proprio la scarsa propensione turca al rispetto dei diritti umani.

 

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