A chi abbia l’interesse e l’attenzione per comprenderla, la storia contemporanea mostra tanti percorsi possibili per l’affermazione del principio del dialogo. Uno di questi tracciati è costituito dal cosiddetto movimento ecumenico e dal dialogo interreligioso. “Ecumene” è già di per sé una parola capace di condurre ad alcune riflessioni. Una formazione classica, e anche una buona cultura generale, insegnano che “ecumene” significa in origine e anzitutto la “terra abitata, lavorata”, e contiene la radice “oikía”, che significa casa. Qui si potrebbe tuttavia già leggere in filigrana l’opposizione a una terra rimasta incolta – e a chi la abita. Nell’era volgare, dopo Cristo, il termine ecumene assume una serie di significati anche divergenti. Certo è la terra abitata, ma è anche lo spazio della civiltà, greca (contrapposta al barbaro), e – successivamente – quello dell’impero macedone e poi romano. È quest’ultimo il caso per esempio del racconto del censimento di Augusto nel Vangelo di Luca che viene letto a Natale: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta l’ecumene». Dopo la svolta costantiniana, l’ecumene viene a coincidere quindi naturalmente anche con lo spazio della Chiesa. Qui l’aggettivo ecumenico viene a definire anzitutto i concili, con cui l’imperatore – e poi il Papa – convocavano vescovi da tutta la terra, per la soluzione delle controversie in materia di fede. Estesa a tutta la terra doveva essere, di converso, anche la validità dei decreti di questi concili. “Ecumenico” è in questo senso e ancor oggi, nell’ambito delle Chiese ortodosse, titolo anche del Patriarca di Costantinopoli. Dalla metà del XX secolo il termine “ecumenico” viene applicato al movimento che aspira e opera per una riconciliazione interconfessionale. Era questo il senso in cui ne ripercorreva la storia il teologo olandese Willem Adolph Visser ’t Hooft, nel secondo dopoguerra. Questi era il Segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, un’istituzione che dava voce – e autorità – a quel desiderio di dialogo interconfessionale. La storia di questa istituzione risaliva nel mondo protestante almeno al 1910, quando al declino dell’Impero vittoriano si rese necessaria una Conferenza missionaria mondiale a Edimburgo, anche per evitare i conflitti in zona di evangelizzazione.

I due precedenti più immediati del Consiglio fondato nel 1948 erano però le conferenze mondiali di due altri movimenti per il dialogo intracristiano, quello di Life and Work, riunitosi a Stoccolma nel 1925 per iniziativa di Nathan Söderblom, e quello di Faith and Order riunitosi a Losanna solo due anni più tardi.
La Chiesa cattolica non fece attendere molto la sua voce: è del 1928 l’enciclica di Pio XI Mortalium animos che escludeva perentoriamente la partecipazione dei cattolici a queste conferenze organizzate da coloro che il Papa definiva acattolici, nel migliore dei casi pancristiani. Sebbene fosse netta la presa di posizione del pontefice, non per questo i teologi mancarono di riflettere sulla possibilità di un ecumenismo cattolico, anzitutto Yves Congar, già nel 19374. La stagione del Concilio Vaticano II rappresentò com’è noto un momento di ripensamento per la Chiesa cattolica, che in materia approvò in quell’assise il decreto (esplicitamente chiamato “sull’ecumenismo”) Unitatis redintegratio, volto al “ristabilimento dell’unità” fra i cristiani. In coincidenza con il Concilio vi furono altri gesti importanti, primo fra tutti l’annullamento delle scomuniche reciproche fra cattolici e ortodossi. In questi stessi anni la riflessione teologica internazionale iniziava ad occuparsi anche dell’altra, più ampia sfera di dialogo, quella con le altre religioni mondiali. Si incominciava cioè a parlare e a scrivere di una disciplina nuova, la teologia delle religioni, che si interroga ancor oggi sul significato della pluralità religiosa a partire da un punto di vista di fede. Com’è possibile – si sono chiesti teologi del calibro di Karl Rahner, di Heinz Robert Schlette, di Hans Küng – che Dio permetta la pluralità delle fedi nel suo progetto di salvezza? Un momento di discussione importante di questa nuova disciplina si avrà nel corso degli anni Ottanta.

Allora, partendo dagli studi del teologo ang  licano John Hick e dal risalto assunto dalla teologia della liberazione, alcuni teologi angloamericani si interrogavano sulla possibilità di una teologia pluralista delle religioni. Il teologo svizzero H. Küng si pronunciò in maniera critica nei confronti di questi tentativi, fra le altre cose sulla base della denuncia di un apriorismo: se si decide a priori che le nostre opinioni hanno tutte uguale valore, a che scopo si dialoga?

L’interesse di Küng si doveva volgere in quegli anni piuttosto nella prospettiva pragmatica della formulazione di un’etica mondiale sulla base di un’intesa interreligiosa attenta alla salvaguardia del creato e dei diritti di ogni persona. In altri termini, quella proposta dal teologo tedesco (e che si realizzerà anche a Chicago nel 1993 nel Parlamento delle religioni mondiali) intendeva essere quasi una dichiarazione universale dei doveri (religiosi) non in polemica, ma al contrario come correlato necessario della Dichiarazione universale dei diritti umani, che ha celebrato a dicembre il 70° anniversario.

La storia del Novecento, qui assai brevemente ripercorsa, potrebbe quindi essere descritta nei
termini di una progressione del dialogo: un dialogo a sfere sempre più ampie, divenute globali. A maggior ragione all’indomani delle tesi geopolitiche sullo scontro delle civiltà, di fronte al consueto riaccendersi di tribalismi, fondamentalismi e nazionalismi spesso anche razzisti e antisemiti, tuttavia, non è il caso di essere ingenuamente ottimisti. Volgere l’attenzione a questa storia può però aiutare a comprendere che il dialogo, come del resto la stagione novecentesca dei diritti, è progredito all’indomani e in alternativa al conflitto e al predominio, in esso, della forza e della violenza. È questo il caso del Consiglio ecumenico delle Chiese, della Dichiarazione universale dei diritti umani, e del Concilio Vaticano II.

Basta un’occhiata alle cronache politiche, nazionali e internazionali per constatare quanto il
“bullismo”, ormai del tutto istituzionalizzato in figure di governo, sia il carattere predominante
degli ultimi anni. Questo è un problema di proporzioni enormi per i rischi di conflitto immediate non meno che per il messaggio che veicola verso le generazioni future. Con tutto il suo contenuto tragico, da ultimo espresso dalla stagione dei totalitarismi, da due conflitti mondiali, dalla Shoah, il secondo Novecento ci ha mostrato anche la capacità di reagire e di fare fronte a questi esiti fatali.

«E tu, papà, da che parte stavi?»: in un’epoca di apparente reflusso a logiche prepolitiche non è facile prestare tutta l’attenzione e l’energia necessaria al loro contrasto e a una proposta alternativa. Tuttavia l’iniziativa comune e la proposta di un diritto di dialogo è un segnale di speranza, e l’impegno in questa direzione un imperative da assumere con la propria coscienza e dinanzi alle generazioni future, che presto o tardi ci chiederanno conto, anche di quello che accade in questi giorni in tanti luoghi, a volte remoti, ma a volte anche assai prossimi a casa.

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