di Paolo Ciampi
Giornalista e scrittore
Direttore dell’Agenzia di informazione della Regione Toscana

Da ragazzino consumavo le dita girando un mappamondo e sognando i luoghi dove un giorno sarei andato. Da adulto credo che non ci sia stata volta che, entrato in una libreria di viaggio, non ne sia uscito senza una mappa di qualche angolo del pianeta: altrettanti altrove da esplorare con il corpo e prima ancora con la fantasia che le carte geografiche sanno alimentare. Tuttavia solo da poco ho provato a interrogarmi sul significato, anzi, sui significati, di questa predilezione. Molte domande e qualche risposta che hanno trovato posto in un libro della Piccola Filosofia di Viaggio di Ediciclo, splendida collana con cui interrogarsi sulle nostre relazioni con i luoghi.
Il sogno delle mappe – questo il titolo – suggerisce qualcosa di cui sono convinto, ovvero che le mappe non sono solo rappresentazioni di una terra o di un mare, ma visioni che volta volta mescolano convinzioni, emozioni, desideri. A volte dicono assai più di noi che della realtà che vorrebbero descrivere.
Visioni, dunque. E aggiungo: visioni che discendono dalla nostra storia e che allo stesso tempo la storia condizionano. Concetti utili, credo, anche per raccontare il nostro Mediterraneo. Per indagare le vicende dei secoli e dei millenni che ci hanno preceduto non dobbiamo indagare solo attraverso le cronache militari, i registri mercantili, i diari dei viaggiatori. Anche la cartografia delle varie civiltà del Mediterraneo è eloquente. Anzi, forse è da qui che si può partire: dalla possibilità che le carte antiche hanno di parlarci ancora, proponendoci l’idea di un mare e delle terre che su di esso si affacciano.
Ogni tanto torno indietro e ripenso a Ecateo di Mileto che rappresentava la terra come un disco perfetto circondato dall’Oceano, con al centro la Grecia. Ricordo Isidoro di Siviglia con il suo mappamondo dove le terre abitate si disponevano a T e Gerusalemme era all’incrocio dei due bracci. Ritorno a Tolomeo, che con la geometria dette un senso al mondo, tracciando latitudini e longitudini. Rifletto sui romani che, molto più concretamente, cercavano di soddisfare le esigenze dei viaggiatori illustrando rotte e distanze.
E mi dico, ancora una volta, che non c’è niente di scontato, nelle carte: nemmeno il nord, figurarsi, per tanto tempo è stato dove oggi ci aspettiamo che sia. E senza che questo metta in discussione alcun fondamento scientifico.
Visioni, ma anche manifestazioni di volontà, le carte. Nell’atto stesso di farle si rivendica un diritto, più o meno legittimo. Anzi questa rivendicazione avviene già nel momento stesso in cui provvediamo a nominare i luoghi del mondo, disponendoli su una mappa: in questo modo i luoghi cominciano a diventare nostri.
È la stessa appropriazione che possiamo seguire nelle tappe della cartografia di un continente come l’Africa: prima i lineamenti delle coste e dentro il vuoto, addirittura l’hic sunt leones; solo più tardi i nomi e i dettagli a popolare l’interno, sulla scorta degli esploratori, dei missionari, delle truppe coloniali. Però non importa ragionare su un intero continente, quando nelle acque più vicine ci sono scogli che conservano una pluralità di nomi, prova provata di lingue e volontà diverse, di alterne vicissitudini.
Non è un caso che per un certo tempo siano stati gli italiani a produrre i migliori mappamondi e le migliori carte nautiche – per citarne uno, un portolano come la Carta Pisana. Erano i tempi delle Repubbliche marinare, la stessa epoca in cui il matematico Fibonacci apprendeva sull’altra sponda del mare i numeri che avremmo chiamato arabi. E proprio per quanto riguarda gli arabi: pensiamo alle opere di Al-Idrisi e di tutti gli altri, in un periodo in cui il mondo conosciuto e praticato si allargava a dismisura.
Finché i migliori cartografi non cominciarono a lavorare al servizio delle potenze militari e mercantili che con le loro flotte puntavano su altri continenti, oltre l’oceano….
Le carte ci dimostrano la fragilità delle vicende umane. Anche per quanto riguarda i confini. Oggi sembrano sempre più solidi, irrevocabili, conclusivi rispetto alle sorti di popoli interi. Lo stesso mare che nella nostra storia ha anche unito ora più che in passato è attraversato da un confine che troppo spesso si fa muro, muro invisibile, ma muro.
Eppure proprio sulle carte i confini tornano a essere quello che in effetti sono: rappresentazioni arbitrarie, frutto delle visioni e delle volontà, allo stesso modo delle carte.
Fa bene coltivare le mappe, quelle vecchie e quelle dei nostri tempi. Fa bene ricercare gli sguardi che a esse gli uomini hanno volta volta affidato. Grazie a loro si ritorna a essere ciò che in realtà siamo da sempre, gente in viaggio.
Per quanto mi riguarda è così che riscopro sempre il mio mare. Da uomo di terra, che non ha una barca che lo aspetta, ma sa sciogliere le vele dei sogni. Bastano i nomi di una carta, basta sfiorare con una mano le coste, le isole, i porti. È così che si salutano i moli e siamo già lontani.

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