di Lucia Martines

Terremoti e pestilenze, calamità naturali e carestie, fame e persecuzioni o un naturale nomadismo hanno spinto l’uomo, sin dalla sua comparsa sulla Terra, a peregrinare in lungo e in largo, ad attraversare mari e oceani, a superare confini e a stabilirsi altrove. La storia, sin dai primi poemi, dalle prime narrazioni religiose, dalle prime trascrizioni o attraverso i reperti archeologici, ne è fedele testimone. La mobilità, e pertanto le migrazioni, troppo spesso percepite nel sentire comune un’emergenza del XXI secolo, sono con ogni evidenza connaturate nel DNA dell’essere umano. Un diritto, quello alla mobilità, che all’indomani della nascita degli Stati nazione, si è trovato incastrato nel ginepraio delle norme giuridiche adottate dall’uno o dall’altro Stato. Dopo l’affermazione nella seconda metà del secolo scorso di principi, pratiche e politiche di apertura, le spinte nazionaliste delle quali siamo testimoni in questi ultimi anni stanno producendo delle rappresentazioni strumentalizzate delle migrazioni che inducono a sentimenti di chiusura, indifferenza, paura, xenofobia e violenza nei confronti dell’altro. È tempo, oggi, di scongiurare che la creazione di un “noi” e di un “loro” possa condurre a pericolose derive lontane dai principi affermati nelle nostre Costituzioni, nelle convenzioni europee e nei trattati internazionali siglati in difesa dei diritti di ogni essere umano senza distinzione alcuna e ciò passa inevitabilmente attraverso l’elaborazione di nuove risposte alle sfide che si pongono al nostro orizzonte. Nel senso strettamente pratico, la principale di queste sfide è la necessità di debellare il traffico criminale che sta dietro agli arrivi irregolari. Come? Lasciando le imbarcazioni in balia delle onde? Chiudendo i porti? Criminalizzando le ONG? Stringendo accordi con Stati che non rispettano i diritti umani fondamentali? L’unica soluzione percorribile è riformare a livello europeo il sistema dei flussi attraverso la creazione di canali d’ingresso legali. Ad oggi in Europa e in Italia non esiste alcuna modalità legale di accesso ad esclusione dell’asilo politico. È come se il sistema costringesse tutti coloro i quali intendono raggiungere l’Europa a dichiarare persecuzioni e lesioni dei propri diritti anche nel caso in cui ci si sposta per altre cause. Perpetrando tale modalità, dunque, le vie d’accesso illegali incrementano i flussi milionari dei trafficanti, incrementano le torture, le violenze e le morti durante il tragitto, creano la presenza di ampi numeri di irregolari nelle nostre società e richiedono significativi investimenti per le procedure emergenziali di salvataggio, accoglienza e gestione delle pratiche di richiesta di asilo. Chi, dinnanzi alla possibilità di poter arrivare in aereo, preferirebbe affrontare un viaggio, che spesso dura più di un anno, tra deserti e campi di detenzione con il rischio di annegare nel buio del Mediterraneo? Accanto ai canali umanitari, corridoi indirizzati verso quelle aree dove si concentrano conclamate situazioni di reali richiedenti asilo, sarebbe necessario progettare delle vie per i migranti economici. “Flussi regolari, controllati, ovviamente limitati, ma anche ragionevoli, tenendo presenti gli effettivi bisogni economici e demografici dell’Europa” – riprendendo le parole del sociologo Stefano Allievi nel suo ultimo libro Immigrazione. Cambiare tutto. Prendendo spunto dalle politiche di ammissione “a punti” adottate da alcuni Paesi come il Canada e l’Australia, il demografo Massimo Livio Bacci propone l’adozione di tale criterio per effettuare una selezione dei migranti economici prendendo in considerazione il grado di istruzione, la conoscenza della lingua, della cultura e dell’ordinamento, la specializzazione lavorativa, la capacità di produrre reddito o la composizione del nucleo familiare garantendo una corrispondenza tra la domanda lavorativa del paese di accoglienza e l’offerta del lavoratore a cui garantire l’ingresso regolare. Un’immigrazione controllata che contribuirebbe, con ogni probabilità, all’affievolimento di una visione fondata su un “doppio binario” – da una parte noi occidentali con un passaporto che ci permette di spostarci nel mondo e dall’altra chi arriva dalla parte meno fortunata che non può godere di tale diritto – e a sconfiggere il perpetrarsi di quelle narrazioni che spirano fomentando rabbia e odio sulle differenze etniche, razziali e religiose a caccia di consensi elettorali. Revival di una cultura del nemico che dimentica che di razza ne esiste soltanto una: quella umana.

Related Post

RIFORMA DI DUBLINO:...

di Elly Schlein, Europarlamentare, relatrice per la riforma del Regolamento di Dublino...

Intervista a Cecile Kyenge...

L.A.: Lo Ius Soli, la legge di modifica delle modalità di acquisizione della...

Migrazioni e vulnerabilità....

Si è tenuta a Modena, dal 20 al 22 ottobre 2017, la seconda edizione del “Festival...

Introduzione CRID Centro di...

In data 27 giugno 2016 è stato istituito, presso l’Università degli Studi di Modena e...

Festival della migrazione....

Dedichiamo la parte speciale di questo numero del Journal a un evento al quale abbiamo...

La testimonianza di Regina...

Nel 2013 mentre mi trovavo in vacanza con la mia famiglia nel Mar Mediterraneo, la...

Leave a Comments