Il “muro mediterraneo” è un limes intangibile e immateriale e, al contempo, netto e invalicabile, una barriera contro la quale un numero incalcolabile di migranti hanno perso e continuano a perdere la vita vedendosi negato il proprio “diritto di fuga”. Un “continente liquido” che, tradendo la propria primordiale natura, si trasforma in frontiera, in limite della fortezza Europa. Barriera protettiva per arginare quei flussi migratori di uomini, donne e bambini che fanno scattare negli Stati europei uno stato di allarme emergenziale che ben si presta alla strumentalizzazione da parte di talune frange politiche. Di emergenziale, nei fatti, ci sono soltanto le sofferenze e le morti di coloro i quali, attraversando il deserto e quel braccio di mare che rimane l’unica possibile speranza, rischiano la propria vita.
Tra le rotte del Mediterraneo, quella del Canale di Sicilia è, secondo i dati delle maggiori organizzazioni internazionali, la più pericolosa.
Con l’avvio di Triton, operazione lanciata nel novembre del 2014 da Frontex per il controllo delle frontiere dell’Unione Europea all’indomani della conclusione dell’operazione italiana Mare Nostrum, missione militare e umanitaria varata dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 la cui finalità era prestare soccorso ai migranti per scongiurare il ripetersi di simili eventi, entrano in scena le Organizzazioni Internazionali Non Governative.
Le carenze dell’operazione, testimoniate dal forte aumento del numero di morti nell’area, richiamano la società civile e le ONG a intervenire per prestare operazioni di ricerca e salvataggio in mare. All’inizio del 2017 le ONG operanti nel Mediterraneo sono 9. La cronaca degli ultimi mesi narra delle inchieste giudiziarie, delle audizioni in commissione Difesa del Senato e del codice di condotta elaborato dal Ministero dell’interno, in un clima di criminalizzazione delle operazioni di salvataggio da parte delle ONG. Il risultato di tali atteggiamenti è la drastica riduzione del numero delle ONG operanti a fronte di un incremento di esseri umani che continuano a morire in mare.

compass on vintage map with accessory to the Adventure.

A testimonianza di quanto sta avvenendo oggi nello spazio di mare che separa la Sicilia dalla Libia abbiamo avuto il privilegio di ascoltare la voce dei rappresentanti di due delle nove ONG che negli ultimi anni hanno condotto operazioni di salvataggio nel Mediterraneo. La prima intervista, che leggerete nelle prossime pagine, ci è stata concessa da Regina Catrambone, co-fondatrice del Moas, organizzazione attiva nel Mediterraneo dal 2014 al 2017; la seconda da Nicola Stalla, Responsabile delle Operazioni di Ricerca e Salvataggio Sos Méditerranée, organizzazione attiva da febbraio 2016. Due narrazioni che ci restituiscono una visione diretta di quelle storie di vita e di morte che, ormai del tutto assuefatti e anestetizzati, siamo abituati a vedere distrattamente tra un post e l’altro, tra una notizia di cronaca e l’altra.
A conclusione delle due interviste alleghiamo, inoltre, un contributo scritto per noi da Regina Catrambone (Moas). Nonostante la stesura del documento e, dunque, i fatti in esso riportati risalgano allo scorso mese di luglio, abbiamo ritenuto opportuno e prezioso, per l’importanza delle parole che veicolano un rilevante spunto di riflessione, includerlo in questo numero.

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