“Le braccia e le mani emaciate di una donna a Tahoua, nel Niger” 1973
Tahoua, Niger
Foto tratta dalla mostra “Human Rights”
© Courtesy UN Fund for Drug Abuse Control
UN Photo/CIDA/White“

Quasi un secolo fa, il 1° giugno 1919, venne emanata in Italia la nuova legge fondamentale per la Tripolitania. Essa fu soprattutto il frutto dell’opera di Gaspare Colosimo, dal 1916 ministro per le colonie del regno d’Italia. Colosimo prese radicalmente le distanze dall’orientamento dei suoi predecessori e si sforzò di intrecciare proficui negoziati con i leader della repubblica tripolina che s’era formata durante gli anni finali della Grande guerra – sullo sfondo della dissolvenza dell’impero ottomano e della sospensione dell’attività bellica italiana in Libia -, al fine di favorire l’introduzione nella colonia di una carta costituzionale che, come ha illustrato Simona Behre in “Notabili libici e funzionari italiani: l’amministrazione coloniale in Tripolitania ( 1912-1919)”, Rubbettino, 2015, “si ispirava a principi largamente liberali”, riconoscendo ai libici “ lo status di cittadini e non più di sudditi”.

Sulle caratteristiche di quello Statuto il volume appena ricordato offre una ricostruzione ampia e dettagliata. Ma qui ci basterà sottolineare che, pur trattandosi di un documento ovviamente appartenente ad un contesto diverso da quello attuale, esso evidenziava l’emersione di uno scarto profondo di mentalità rispetto alle consuetudini che avevano sino a quel momento regolato il rapporto asimmetrico tra le potenze coloniali e i territori africani man mano caduti sotto il dominio occidentale a partire dalla conferenza di Berlino del 1884, e, dunque, dall’avvio dello scramble for Africa. Grazie allo statuto, infatti, l’impronta tirannica che aveva contraddistinto l’amministrazione coloniale, negando alle popolazioni autoctone delle colonie, sulla base di pregiudizi di tipo culturale, il riconoscimento del diritto di cittadinanza, cedeva il passo a una visione anti-razzista, rinnegando di fatto – ha scritto ancora Behre – “una tradizione coloniale che si era servita delle istituzioni per vessare i popoli sottoposti al suo dominio”.

A favorire lo sviluppo di una nuova idea di cittadinanza, capace di andare al di là delle limitazioni sin lì imposte da una declinazione di quest’ultima in termini di privilegio accordato in esclusiva ai soli cittadini della metropoli, era stato il clima umanitario del dopoguerra, fortemente influenzato dalla diffusione delle idee in materia di diritto all’autodeterminazione dei popoli avanzate nel 1918 dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson; ma anche, naturalmente, dal risveglio del nazionalismo arabo in quegli stessi anni, e dalle speranze di libertà che esso aveva alimentato. Di questa nuova idea di diritto – un diritto non più basato sul presupposto della distinzione tra razze – lo Statuto, messo a punto da Colosimo con la collaborazione del maggior arabista italiano del tempo, Carlo Alfonso Nallino, rappresentò ( insieme a tendenze nella stessa direzione che si stavano manifestando in quello stesso periodo nelle colonie francesi di Algeria e di Tunisia) un esempio paradigmatico; il segno di una apertura mentale che aveva indotto, in questo caso, una parte dei governanti e della popolazione italiana a cercare di costruire su basi improntate al rispetto dei diritti il proprio rapporto con genti di tradizioni e culture diverse.

L’orizzonte odierno, naturalmente, non è più quello dell’epoca coloniale, e oggi la questione dei diritti presenta tutt’altro tipo di problematiche. Per altro, lo Statuto del 1919 non venne poi mai attuato e il dominio coloniale italiano in Libia durante il fascismo si espresse nel segno di una repressione brutale delle popolazioni native e nel totale rifiuto del riconoscimento dei loro diritti.

Ciò non toglie che il centenario di quello Statuto sia qualcosa che meriti oggi di essere ricordato, come la prova di un tentativo generoso di sconfiggere il pregiudizio razziale e di impostare su basi inclusive e universalistiche il diritto di cittadinanza; come l’aspirazione a un mondo possibile, anche se certamente difficile da costruire.

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