di Francesco Cargnelutti
Independent researcher

Formatosi alla fine degli anni ’60 come gruppo di predicazione clandestino, il movimento islamista tunisino si è politicizzato negli anni ’70 fino a presentarsi al mondo come Movimento della Tendenza Islamica nel 1981 (poi Movimento della Rinascita, Harakat al-Nahda, nel 1989), principale forza d’opposizione nel paese. Represso per 30 anni da Bourguiba prima e Ben Ali poi, quello che è oggi un partito di ispirazione islamica, guidato dal suo fondatore ed ideologo Rachid al-Ghannushi, rappresenta la forza più solida della scena politica tunisina. Alle elezioni legislative del 2014 ha ottenuto 69 seggi, piazzandosi dietro alla formazione laicista Nidaa Tounes, con cui condivide la responsabilità di un governo di solidarietà nazionale dal 2016. Alle amministrative di quest’anno, entrambi i partiti si sono scontrati con il muro dell’astensionismo (65%), anche se al-Nahda ha superato l’avversario ottenendo circa il 30% dei voti, dietro all’insieme delle liste degli indipendenti (33%).
L’inizio della storia democratica del paese, nel 2011, ha segnato l’ennesimo grande cambiamento nel movimento islamista tunisino. Un’evoluzione, spiega Ghannushi, incentrata sull’idea di specializzazione del partito nell’attività politica e depoliticizzazione dei luoghi in cui aveva esercitato la sua opposizione al regime. “La politica, durante la dittatura, era proibita. La politica si nascondeva quindi nelle moschee, nei sindacati […]. Ma adesso […] non è più proibita […].Chi vuole fare politica può formare un partito, chi vuole fare predicazione può farla nelle moschee, e chi vuole il lavoro di carità può formare un’associazione. Quindi non c’è più bisogno di questo Islam onnicomprensivo, infatti l’Islam politico è una risposta onnicomprensiva alla dittatura laica onnicomprensiva”.
Il congresso del 2016 ha segnato il definitivo abbandono di tale modalità d’azione: al-Nahda sarebbe diventato un partito impegnato esclusivamente nella politica istituzionale, abbandonando l’attività di predicazione o le iniziative caritatevoli. Un’evoluzione che è stata sottolineata anche dal cambio di appellativo. “Il termine Islam politico […] – spiega Ghannushi – oggi non lo usiamo più per descriverci, perché esprime […] il periodo dell’opposizione alla dittatura. […] Per questo oggi operiamo nel quadro dell’Islam democratico”.
Le novità hanno riguardato anche l’impianto ideologico. All’interno del processo costituente, ad esempio, uno dei nodi da sciogliere più importanti era l’inserimento della shari‘a tra le fonti della legislazione. Una possibilità difesa da al-Nahda, che tuttavia ha fatto un passo indietro accettando la dicitura dell’articolo 1, secondo cui la Tunisia ha l’Islam come religione. Questa cessione segna lo scarto rispetto ad un impianto ideologico, elaborato da Ghannushi a partire dagli anni ’80, che poneva al centro della definizione di Stato Islamico la volontà popolare e la Legge islamica. Oggi il leader tunisino riconosce invece che “la Tunisia è uno stato islamico per diversi motivi, tra cui il fatto che il popolo è un popolo musulmano e la sua costituzione insiste sull’Islam e riconosce che si tratta di uno stato che non è secolare, ma ha una religione, ovvero l’Islam”.
La nuova definizione di stato islamico include quindi due elementi, ovvero un popolo musulmano e una costituzione che esprime e difende i valori dell’Islam. All’interno di questa concezione, politica e religione hanno campi d’azione diversi, con la prima che si impegna a difendere e realizzare gli interessi della comunità, mentre la seconda fornisce alle persone un riferimento spirituale e morale capace di guidarle in ogni aspetto del vivere quotidiano. Ma questa separazione dei compiti non deve essere intesa come un rigetto della religione dalla scena pubblica. In quanto espressione popolare, lo stato si impegna a perseguire gli interessi del popolo tunisino, la cui volontà non è assoluta, ma si muove all’interno di un quadro culturale e valoriale dominato dall’influenza dell’Islam.

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