L.M.: Quali sono i contributi e quali i numeri che hanno caratterizzato le attività svolte dal MOAS nel Mediterraneo dall’inizio delle operazioni di salvataggio?

R.C.: MOAS è nato nel 2013 come idea e progetto pionieristico partito dalla mia famiglia che intendeva agire al fine di evitare inutili morti in mare. Nell’Agosto 2014 si è concretizzato quando la Phoenix ha preso il largo per la prima missione SAR: da subito abbiamo salvato migliaia di bambini, donne e uomini. Forti del sostegno di una comunità internazionale di donatori, divenuta ormai la nostra grande famiglia, nel 2015 abbiamo ampliato il nostro raggio d’azione all’Egeo grazie alle donazioni arrivate dopo la tragica morte del piccolo Aylan sulle coste turche. Così abbiamo operato anche in quel tratto di mare fino all’accordo UE-Turchia e alla conseguente riduzione delle partenze. A quel punto abbiamo focalizzato tutti i nostri mezzi e la nostra energia sulla rotta del Mediterraneo Centrale. Dall’Agosto 2014 all’Agosto 2017 MOAS ha salvato e assistito oltre 40mila bambini, donne e uomini che rischiavano di annegare su imbarcazioni sovraffollate e fatiscenti. Da Settembre siamo attivi in Bangladesh e operiamo all’interno di due Aid Station a Shamlapur e Uchiprang, curando ed assistendo la minoranza Rohingya in fuga dal Myanmar e la comunità locale bengalese che li sta accogliendo, mantenendo una media di circa 300 pazienti al giorno per stazione. A fine dicembre circa 30.000 persone avevano già ricevuto cure ed assistenza medica, mentre un bimbo ed una bimba sono nati nelle nostre strutture, garantendo alle madri un parto sicuro e dignitoso oltre a regolari cure post-natali. Inoltre, abbiamo consegnato al governo bengalese 40 tonnellate di aiuti umanitari (alimentari e non) per sostenerlo nella difficile sfida di far fronte ad un tale afflusso di persone.

L.M.: Da un paio di mesi a questa parte il MOAS ha interrotto le attività SAR nel Mediterraneo, spostandosi nell’area meridionale del continente asiatico. Quali sono le principali ragioni che vi hanno condotto a questa scelta? E quali sono le caratteristiche che legano e quelle che distinguono la realtà asiatica da quella mediterranea?

R.C.: Le ragioni sono diverse, ma principalmente questa scelta è stata dettata dal drammatico cambiamento dello scenario in cui eravamo chiamati ad operare. Nonostante avessimo siglato il Codice di Condotta proposto dal Governo Italiano, come ennesima dimostrazione della nostra fiducia nelle istituzioni e di collaborazione trasparente, la situazione era diventata intollerabile. La Libia non può essere considerata un paese o un porto sicuro. Pertanto, per non divenire parte di un meccanismo che bada solo a evitare partenze ed arrivi senza alcun interesse per i diritti umani, abbiamo deciso di fermare la missione nel Mediterraneo ed accogliere l’appello del Papa ad aiutare i nostri fratelli e sorelle Rohingya in fuga dal Myanmar al Bangladesh.
Le differenze principali riguardano l’area geografica e il campo su cui operiamo: non più il mare, ma la terra. Certamente si tratta di una sfida notevole, ma i diritti delle persone non hanno frontiere e MOAS è nata per alleviare la sofferenza dei più vulnerabili. Ovunque essi si trovino.

L.M.: Stereotipi e pregiudizi fanno parte di un circolo che alimenta e rinforza la paura dell’Altro, dello straniero, dell’immigrato. Di contro, la conoscenza reciproca e il dialogo costituiscono gli unici elementi utili per la creazione di empatie, sinergie e solidarietà. Quali sono le emozioni di chi salva e cosa si legge nello sguardo di coloro che vengono salvati in mare?

R.C.: Stereotipi e pregiudizi sono una delle più grandi contraddizioni del nostro tempo: un tempo in cui con un click comunichiamo con persone che vivono dall’altra parte del mondo, un tempo in cui potenzialmente possiamo cancellare ogni barriera geografica. Eppure, dentro di noi, nei nostri cuori si moltiplicano le barriere e cresce la distanza con l’Altro che viene percepito negativamente. Quello che però dimentichiamo è che la vera ricetta della felicità è nel dare. Le emozioni nel tendere una mano a chi sta per affondare, nel coprire chi ha freddo, nel nutrire chi ha fame o curare chi è ammalato sono fortissime e difficili da raccontare a parole. Così come la gratitudine, il sollievo e l’amore che si legge in chi credeva di morire ed invece è stato salvato. Credo che sia a questo tipo di emozioni che dovremmo puntare.

L.M.: In numerose interviste ed interventi ha messo bene in luce la necessità di coinvolgere con maggior forza i millennials. Ritiene che tale cambiamento potrebbe mutare la traiettoria verso cui l’Unione Europea e gli Stati Europei si stanno dirigendo?

R.C.: Credo molto nei giovani e quando mi rivolgo ai millennials lo faccio pensando alla mia stessa figlia che ha 21 anni. Quando parlo a loro è come se parlassi a lei. I ragazzi sono il futuro del mondo e solo puntando su di loro possiamo sperare di migliorare la situazione attuale. Tuttavia, sempre più spesso i giovani rimangono ai margini, disinteressati, apatici e sfiduciati invece di agire per cambiare in meglio il mondo in cui vivono. Quindi, il mio invito è quello di mettersi in prima linea in nome della solidarietà e della fratellanza con gli altri millennials meno fortunati di loro che fuggono da situazioni di guerra, persecuzione, violenza diffusa e povertà endemica. Così facendo, potremo davvero cambiare traiettoria e costruire un mondo che accoglie, invece di escludere.

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