Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Palermo
di Luana Maria Alagna

LA: Il 2018 ha rappresentato per Palermo un’importante vetrina sul mondo, grazie al titolo ottenuto di Capitale della Cultura. In tale cornice qual è stato il ruolo dell’Università di Palermo? Quali sono le iniziative messe in campo dall’Università in quest’anno accademico all’interno del calendario “Palermo Capitale della Cultura”?

FM: Come Università di Palermo siamo ampiamente presenti e perfettamente inseriti nel contesto della città, che è anche la logica di Palermo Città Universitaria, ancor di più nell’anno in cui Palermo mette la cultura al centro della sua attività. È evidente che l’Università è particolarmente coinvolta nel contesto di Palermo Capitale della Cultura. Un po’ tutta l’attività dell’Università si inserisce nel contesto cultura, perché la formazione è cultura, la ricerca è cultura, l’assistenza è cultura. Se guardiamo all’aspetto artistico ed espositivo vi sono una serie di iniziative programmate, alcune delle quali già svolte, nei diversi luoghi dell’Università, attraverso il nostro sistema museale. Molte attività si svolgono all’interno dell’Orto Botanico che peraltro è uno dei luoghi delle istallazioni di Manifesta. Altre iniziative verranno realizzate a Sant’Antonino, polo dell’accoglienza dell’Università e delle lingue, dove stiamo avviando una serie di restauri che saranno completati a luglio proprio per ospitare varie esposizioni. Negli altri locali museali dell’Università come all’interno del Museo di Geologia Gemellaro o del Museo Storico dei Motori e dei Meccanismi verranno articolate ulteriori manifestazioni. Per fine settembre è prevista inoltre la notte dei Ricercatori. Infine, a Palazzo Steri, sui nostri spazi espositivi, nella sala delle Verifiche, nella sala delle Armi, nella chiesetta in cui è esposta la “Vucciria di Guttuso” e anche nella Sala delle Capriate vi saranno altre iniziative e mostre, alcune delle quali sono state già realizzate. L’idea è quella di impiantare allo Steri un Museo dell’Università che divenga testimonianza storica dei nostri docenti e del mondo universitario, collegando tra l’altro lo Steri con un’apertura fisica dalla parte del mare, oltre a quella che si affaccia su Piazza Marina, in modo tale da inserirci pienamente al percorso che dal mare porta allo Steri, nell’itinerario Arabo-Normanno. Palermo è sempre stata Capitale della Cultura, adesso ne abbiamo una maggiore consapevolezza ed è giusto che questo possa essere l’anno del consolidamento, che si possa rendere strutturale una caratteristica da sempre posseduta.

LA: L’emergenza umanitaria negli ultimi anni ha reso protagonista il mar Mediterraneo come paradigma di un ossimoro: morte e vita. Se da un lato la fuga disperata dalla guerra troppo spesso è fallita in un naufragio, altre volte invece ha significato un approdo, seppur precario. La tutela dei diritti umani più che in una semplice risoluzione ONU ha visto la sua concreta realizzazione nella nostra terra. L’Università può fornire un aiuto alla costruzione di ponti che garantiscano il rispetto dei diritti umani? In che termini?

FM: Faccio due esempi immediati. Una è l’esperienza ItaStra, la scuola di italiano per stranieri, che agisce già da 10 anni ed ha avuto un ruolo fondamentale nell’insegnamento dell’italiano per i migranti e per i minori non accompagnati. La professoressa d’Agostino ha fatto un egregio lavoro nel polo di Sant’Antonino, proprio nell’insegnamento della lingua italiana ai giovani, peraltro spesso analfabeti. Da poco è partito un nuovo progetto di e-learning multimediale con il CNR e l’Unicef, che mira a fornire agli utenti, minori ma non solo, nozioni di italiano, storia e geografia per consentirgli di superare l’esame di terza media. Questo è un passaggio determinante, nella convinzione che la cultura ancora una volta sia la chiave e il veicolo per l’integrazione. Se i migranti una volta arrivati hanno la possibilità di comunicare e l’opportunità di ottenere un titolo di studio, avranno maggiori possibilità di integrazione. Un’altra cosa sulla quale abbiamo lavorato molto anche in passato è il lato assistenziale. I colleghi di Radiologia sono stati infatti spesso coinvolti nell’accertamento dell’età dei migranti e minori con l’utilizzo di metodiche mediche assistenziali, essenziali e necessarie nel favorire l’accoglienza.

LA: Palermo come ponte tra diverse culture che abitano il Mediterraneo, diviene, oggi come in passato, metafora del dialogo interculturale, che sta alla base di “Palermo Capitale della Cultura”. Da questo punto di vista l’Università ha un ruolo fondamentale nella promozione degli scambi culturali e scientifici tra studiosi e studenti di paesi mediterranei, europei ed extra europei. Come è vissuto questo ruolo e questa responsabilità dall’Ateneo da Lei guidato?

FM: Palermo da questo punto di vista può essere un esempio. Non vedo in questa città difficoltà di integrazione interculturale o interreligiosa. L’Università, ad esempio, ha realizzato il Graduation Day, l’evento conclusivo dell’anno accademico dove gli studenti che si sono laureati durante l’anno si incontrano per festeggiare. Una delle edizioni meglio riuscite è stata quella realizzata all’interno del sagrato della Cattedrale, dove oltre all’Arcivescovo hanno partecipato l’Imam e il Rabbino capo della comunità ebraica, tutto nella logica del dialogo tra culture. Allo Steri, che per due secoli è stato la sede dell’Inquisizione, si trovano le famose carceri dell’Inquisizione e da alcuni anni a questa parte la festa delle Luci, che è una festa importante della comunità ebraica, si svolge proprio all’interno delle carceri dell’Inquisizione. Ancora una volta la cultura dunque diviene radice della tolleranza, del rispetto, dell’accoglienza. Più c’è cultura più questi valori potranno vincere, con meno cultura il rischio di una maggiore intolleranza e di una relativa minore accettazione dell’altro è concreto.

LA: Nell’epoca globale competenze e profili sempre più qualificati rappresentano la sfida che le giovani generazioni devono affrontare. Le Università hanno un compito fondamentale che è quello di garantire una buona formazione e ricerca. Molti studenti siciliani e dell’Ateneo di Palermo dopo la laurea trovano impiego fuori. Questo dato ci conforta sul fatto che i corsi di laurea del nostro Ateneo assolvono in modo efficace alla loro missione. Cosa può fare ancora l’Università per frenare la fuga dei nostri migliori studenti al nord e all’estero, depauperando la nostra terra delle sue migliori risorse intellettuali? Quali strategie si possono mettere in campo per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani laureati?

FM: Questa è la ragione del mio impegno da due anni a questa parte. Parto anche qui da un esempio. Durante il penultimo Graduation Day del dicembre 2017 una ragazza che si era laureata in ingegneria gestionale l’ottobre precedente mi disse che dei trenta laureati in ingegneria gestionale quel giorno era l’unica presente alla festa perché tutti gli altri si trovavano fuorisede per lavoro. Da un lato non posso che essere felice che i nostri ragazzi in molti settori, in questo momento storico, data una certa ripresa economica, una volta laureati riescano a trovare quasi subito lavoro. Anche se trovano impiego altrove non posso che esserne soddisfatto. Da siciliano però sono dispiaciuto, perché questi giovani rappresentano delle energie che vanno via. Va sottolineato che non si può ragionare in un’ottica provincialistica perché si deve sempre considerare la mobilità come un valore. Nella nostra storia il fattore mobilità è sempre stato presente ed è giusto che ci si possa spostare altrove per imparare, studiare e lavorare. È tuttavia anche giusto che la mobilità sia frutto di una scelta libera e non si configuri piuttosto come un obbligo. Così come si può scegliere di partire, ci deve essere la possibilità di scegliere di tornare. È evidente che non si può pensare di avere qui tutto. Se ci si iscrive in Ingegneria aerospaziale si deve essere consapevoli che in Sicilia. l’industria aerospaziale non c’è. È anche vero però che la valorizzazione di alcuni settori trainanti della nostra economia, dai beni culturali al turismo, all’agroalimentare, così come tutti i servizi connessi, può garantire ai nostri giovani maggiori opportunità di lavoro. Favorire le imprese così come le infrastrutture, l’innovazione, la semplificazione amministrativa, deve essere il compito della politica. L’Università deve formare gente capace e fungere da sprone e stimolo per la politica. Noi possiamo solo formare i giovani, non creiamo lavoro se non quelle opportunità di impiego relative alla nostra struttura accademica. Ma possiamo e dobbiamo essere un impulso per il mondo delle “decisioni”.

LA: Lo scorso anno si è registrata una crescita di iscritti di circa 1000 unità rispetto agli anni precedenti. Lei stesso in una recente intervista ha dichiarato che tali risultati sono l’esito di una rinnovata offerta formativa e di una maggiore capacità di attrazione esercitata dal nostro Ateneo. Inoltre, l’Università di Palermo è oggi tra le 10 università italiane con il più basso livello di tassazione, con l’azzeramento della contribuzione per le fasce di reddito più basse e l’introduzione di varie agevolazioni per gli studenti meritevoli. Quali sono i Suoi prossimi obiettivi? Quali le aree di intervento che devono essere ancora potenziate?

FM: Non ci si può fermare mai. I risultati si sono ottenuti perché c’è stato un rinnovamento dell’offerta formativa. Abbiamo attivato una serie di corsi di laurea che prima non c’erano e che indiscutibilmente sono molto importanti. Faccio l’esempio di scienze e tecnologie agroalimentari che a Palermo non c’era, ed era inaccettabile. La terra del vino, dell’olio e dei prodotti agricoli non poteva non prevedere dei corsi di laurea ad hoc. Dunque, è chiaro che avere dei corsi di laurea attrattivi è stato importante. Abbiamo fatto partire un’ingegneria biomedica, settore per il quale oggi i ragazzi mostrano particolare interesse. Abbiamo inoltre lavorato molto sui servizi, sulle aule, sull’informatizzazione ed anche sulla comunicazione e promozione dei nostri “prodotti”. Anche la nostra forte presenza nella città ha permesso che dell’Università di Palermo se ne parlasse di più. Ed in un clima più favorevole, siamo diventati più cool. Adesso stiamo lavorando moltissimo su altre due cose sulle quali qualche risultato cominciamo già a registrarlo. Uno è il lavoro intenso fatto sulle lauree magistrali, che spesso i ragazzi decidevano di fare fuori. Quest’anno i dati sono molto confortanti perché cresciamo di del 7-8% rispetto agli iscritti alle magistrali dello scorso anno. Abbiamo quasi 200 iscritti in più. Un’altra cosa sulla quale stiamo investendo e che stiamo cercando di potenziare è l’internazionalizzazione dei corsi di laurea. Alcune discipline, che possiamo definire molto “siciliane”, come gestione del turismo, relazioni internazionali, biologia marina, abbiamo deciso di farle totalmente in lingua inglese, in modo tale da attrarre studenti da tutte le aree del Mediterraneo. Noi guardiamo molto alla sponda nord dell’Africa, cercando di vedere se c’è la possibilità di attrarre ancor più studenti. Fino ad oggi la nostra internazionalizzazione è stata molto “erasmus-centrica” adesso vorremo provare a vedere se vi è una possibilità in più, una strada aggiuntiva.

LA: Palermo Capitale della Cultura sollecita una riflessione profonda sul ruolo della cultura accademica e di come quest’ultima dialoghi con il proprio contesto civico. La comunità accademica vive di un rapporto viscerale con il proprio territorio. Ho notato che una delle peculiarità del suo mandato rettorale è stata quella di rimuovere gli steccati che separano la cittadella universitaria dalla città. Il Graduation Day, il momento in cui i laureati di tutti i corsi di laurea dell’Ateneo si incontrano nei luoghi simbolo di Palermo per celebrare il loro traguardo universitario, insieme alle autorità accademiche e civiche, è l’esempio più appariscente di tale strategia. Qual è l’idea che sta alla base di questa significativa innovazione?

FM: Un giorno durante una manifestazione alla quale ho partecipato veniva mostrata una cartina di Palermo all’interno della quale erano indicati tutti i luoghi della nostra Università. Ci si accorgeva così di come l’Università sia distribuita in tutto il territorio della città, cosa che ne indica il rapporto intimo e profondo. Peraltro, vi è una considerazione inevitabile. I nostri ragazzi quando vanno fuori per l’Erasmus individuano la loro sede non solo considerando la qualità dell’Università presso la quale operano lo scambio ma anche la qualità della vita della città che scelgono. Noi dunque da questo punto di vista possiamo essere e siamo una grande risorsa per la città da un punto di vista culturale, di formazione e supporto tecnico. Viceversa, abbiamo bisogno della città perché una città che funziona è una città che attrae e nella quale si va più volentieri all’Università. La qualità della formazione di molti corsi di laurea che si trovano fuori dalla Sicilia non è superiore rispetto alla qualità che possiamo offrire noi. Per fortuna oggi il rapporto con l’amministrazione è molto saldo, la città sta crescendo ed ha molto appeal.
Il Graduation Day poi è un momento bellissimo. Abbiamo voluto realizzarlo come un corteo cittadino con l’idea di uscire dai luoghi dell’Università e andare nei luoghi della città, come lo è stato con la scelta della Cattedrale, di Piazza Bologni, della Martorana o del Teatro Massimo nelle varie edizioni che si sono succedute. L’idea del Graduation Day è dunque quello di realizzare un evento significativo per l’Università, che esce dalle sue mura, incontra e si mischia con la città.

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