L.A.: Lo Ius Soli, la legge di modifica delle modalità di acquisizione della cittadinanza in Italia, incontra molte resistenze. L’esodo migratorio verso l’Italia e l’Europa rende sicuramente la misura legislativa in questione impopolare, perché suscita paure e diffidenze, anche legittime, ma che spesso vengono strumentalmente ingigantite da chi intende ‘lucrare’ elettoralmente su simili problematiche, ragion per cui si è visto il suo arenarsi in parlamento. Ma è accettabile che una questione dirimente di giustizia civile possa subire tali condizionamenti? Come è possibile spiegare che accoglienza e integrazione possono convivere con la sicurezza?

C.K.: Non aver posto al voto la legge di riforma sulla cittadinanza è stato un errore gravissimo per questa legislatura. Non solo per una questione di giustizia sociale, con questa legge si sarebbero infatti appianate discriminazioni che oggi creano cittadini di seria A e cittadini di serie B, ma anche per una questione di visione di lungo termine sul futuro della nostra società. Questa riforma, infatti, non era una qualche forma di beneficienza nei confronti dei figli dell’immigrazione, ma prendeva piuttosto seriamente in considerazione due elementi sempre più pressanti per la nostra società: la curva demografica in declino consolidato e l’investimento dello Stato verso una generazione numericamente sempre più rilevante di figli dell’immigrazione. Questa riforma dava risposta a questo tipo di considerazioni. Perché, è vero, la legge attuale non preclude la cittadinanza a questi giovani, ma la rende un fatto puramente burocratico, che arriva dopo una serie di ostacoli burocratici, affrontati in anni in cui un giovane costruisce la propria identità. La riforma voleva creare un percorso. Riempire di valore il significato della cittadinanza. Accompagnare questi giovani nel loro percorso in Italia, contribuendo a consolidare la loro identità di italiani. Si sono dette innumerevoli falsità su questa legge. Giovani, bambini e bambine sono state per mesi al centro di un dibattito feroce, ancora una volta. Bambini accomunati a terroristi e criminali. Eppure, e questo è un errore commesso spesso anche dai sostenitori di questa riforma, i tre grandi temi che oggi noi noi affrontiamo in relazione all’immigrazione, accoglienza, integrazione e sicurezza, sono tre grandi questioni politiche, collegate, ma ben distinte tra loro. La riforma della cittadinanza ad esempio è un fatto di integrazione. Integrazione sociale. Nulla ha a ché fare con la sicurezza né con l’accoglienza.

L.A.: E’ innegabile che in Europa stia soffiando un vento di destra. Le recenti tornate elettorali in Austria ne sono testimonianza insieme allo spostamento dell’elettorato verso le ali estreme della destra xenofoba, fenomeno comune in tutta Europa. La crisi economica ha sicuramente contribuito a questa rinascita conservatrice. Ma in cosa, a suo parere, ha fallito la politica dell’UE ed in particolare la sinistra europea progressista?

C.K.: È indubbio che sia in corso un processo di “Orbanizzazione” delle destre moderate di tutta Europa. Un termine ricavo da quel premier ungherese, Viktor Orbàn, che ha deposto quello che io ritengo il seme per la rinascita dell’autoritarismo in Europa, attraverso persecuzioni e modifiche unilaterali della costituzione. Di per sé i gruppi politici estremisti in Europa hanno raggiunto importanti vittorie, ma, nei numeri, hanno rappresentato finora una quota che possiamo relegare al voto di protesta. Ciò che ritengo piuttosto pericoloso è la trasformazione, appunto, delle grandi famiglie della destra moderata in Europa. Una trasformazione di cui il cancelliere austriaco Sebastian Kurx si è reso simbolo. La parola d’ordine oggi per la destra è contenere l’estrema destra, paradossalmente condividendone alcuni aspetti populisti, reazionari e securitari. Una strada che ritengo molto pericolosa e che l’Europa ha già intrapreso in passato. Non è andata a finire bene. L’Unione europea ha delle responsabilità. Anzi, più che l’Ue, sono gli Stati Membri ad avere le principali responsabilità per questa ondata autoritarismo euroscettico. La ragione risiede nelle resistenze da parte degli Stati nel cedere sovranità su questioni che possono essere affrontate con efficacia solo grazie alla forza di un “Paese” di oltre mezzo miliardo di persone e un Pil al primo posto nel mondo. Sfide come l’occupazione, la crescita, l’immigrazione, la sicurezza internazionale, sono sfide che, in un mondo globalizzato, vanno affrontate sul piano globale ed è indubbio che su quel piano solo un’Europa unita, che parla ad una sola voce, è in grado di giocare un ruolo da protagonista.

 

Il ritorno ai nazionalismi segnerebbe solo il primo passo per un nostro inesorabile declino sulla scena mondiale, sia sul piano politico che sul piano economico. Nell’attuale contesto politico, ritengo che la famiglia progressista sia quella che ha pagato a più caro prezzo il costo di questa crisi economica. In un certo senso abbiamo peccato di mancanza di audacia nel mettere in discussione l’attuale modello economico mondiale, mentre il senso di responsabilità istituzionale ci ha condotti a condividere scelte difficili, contrarie per certi versi ai valori stessi di una sinistra riformista. Tuttavia il futuro è tutto da scrivere. Partiamo da quel pilastro sociale che, dopo la Brexit, è tornato ad essere al centro del dibattito europeo. Un Pilastro che permetterà all’Unione di ritrovare la propria umanità e vicinanza ai cittadini, riscoprendo la propria umanità e solidarietà.

L.A.: Guardiamo alla Spagna. La vexata questio catalana oggi si riaccende insieme a una crescente richiesta autonomista in varie regioni d’Europa. Anche in Italia abbiamo avuto dei referendum consultivi al Nord e in Sicilia stessa abbiamo tradizionalmente una forte spinta autonomistica. Tale fermento secessionista secondo lei è legato a questioni esclusivamente economiche o è da ricondurre al deficit democratico dei sistemi rappresentativi odierni e dunque allo scollamento tra politica e realtà effettiva?

C.K.: La globalizzazione ha creato senza ombra di dubbio un deficit democratico. La reazione è la rinascita dei nazionalismi a tutti i livelli. La rivendicazione è politica: di fronte a fenomeni verso i quali i cittadini hanno perso un controllo diretto, si restringe il campo di azione per recuperare una percezione di controllo, che però non avverrà mai. Come ho già detto, l’unico modo per far fronte a sfide globali è dare risposte di respiro globale. L’alternativa sarebbe soccombere nel contesto internazionale. I referendum indipendentisti e autonomisti sono reazioni del tutto in linea con il periodo storico che stiamo attraversando. Si basano tuttavia su presupposti errati, su una menzogna di base prodotta dal populismo: l’illusione di poter recuperare sovranità sulle proprie scelte politiche. La politica è solidarietà. Se oggi noi accettiamo che una Regione più ricca ottenga di più, politicamente ed economicamente, rispetto ad una Regione più povera, domani potremmo applicare lo stesso principio a contesti di dimensione sempre più ridotta, fino a giungere, estremizzando il ragionamento, ad un passo indietro di oltre un secolo e al voto per censo. Chiedere di poter avere una maggiore autonomia amministrativa non è sbagliato. Al contrario va proprio nella direzione di contenere quel deficit di democrazia che la globalizzazione ci ha portato. Autonomia non significa però indipendenza. Se oggi possiamo dire che la forma Stato Nazione è obsoleta, ed è stata resa tale ancora di più dal consolidamento dell’Unione europea, sono ugualmente obsolete persino le ragioni storiche dell’indipendentismo contemporaneo.

Colorful typical boats – Mediterranean traditional fisherman village in the south east of Malta. Early winter morning in Marsaxlokk, Malta.

L.A.: Lo scorso anno ci ha lasciati Tina Anselmi, la prima donna ministro in Italia. Il dibattito rispetto alla presenza delle donne in politica è sempre attuale considerato che la conquista del diritto di voto per le donne risale soltanto al secolo scorso. La sotto rappresentanza politica delle donne è un problema globale. La percentuale media mondiale dei membri donna nelle legislature nazionali si ferma infatti solo al 19%. Da cosa deriva secondo lei questo deficit di rappresentanza? Come può intervenire l’Europa per aumentare la presenza femminile nelle istituzioni politiche?

C.K.: Continuo a ripeterlo da sempre: la donna è uno dei principali motori di sviluppo di un Paese. Non mettere in atto politiche in grado di favorire l’autodeterminazione della donna significa rinunciare ad un pezzo importante delle nostre società. L’Europa può fare molto, in termini di individuazione dei parametri minimi comuni di uguaglianza di genere. Il diritto alla paternità ad esempio. In questo caso, garantire un pari diritto e dovere nei confronti dell’uomo riguardo ai congedi per la nascita dei figli, avvicina i due generi in un momento estreamemnte delicato nella vita professionale di una donna: la maternità. Stabilire regole ed azioni in grado di colmare la vergogna del gap salariale tra uomini e donne. Un divario che secondo il Global Gender Gap Report 2017, se proseguirà senza ostacolo nei prossimi anni, avrà bisogno di ben 217 anni per essere colmato. Poi c’è la questione della rappresentanza. Oggi noi utilizziamo e proponiamo un sistema delle quote che garantiscano un bilanciamento di genere nei ruoli di leadership. Un sistema che ritengo temporaneo ma necessario per innescare una rivoluzione culturale. Fino a quando le prossime generazioni di donne non cresceranno con esempi e modelli di leadership femminile da imitare, questa rivoluzione culturale non avverrà. Dunque ben vengano le quote cosiddette “rosa”: sia nella politica, come nel privato e negli stessi consigli di amministrazione.

L.A.: Imbarcazioni precarie stracolme di uomini, donne e bambini che attraversano il Mediterraneo alla ricerca di un porto sicuro dove poter ricominciare; e ancora corpi privi di vita riversi sulle spiagge sono le tragiche immagini che sempre più sovente irrompono nelle nostre case. La ricerca della pace e dei diritti attraversa il mar Mediterraneo e troppo spesso li viene soffocata. Le ONG sono state le sentinelle del mediterraneo ed hanno svolto un importantissimo ruolo umanitario nel fronteggiare quest’emergenza. Pensa che l’Europa abbia fatto abbastanza per controllare l’ondata migratoria proveniente dai paesi del Nord Africa? Condivide le misure previste dal codice del ministro Minniti?

C.K.: Il difetto sta nel presupposto. Il termine controllo richiama una politica di contenimento. Un’azione che si mette in atto di fronte ad un fenomeno che si subisce. Piuttosto gestire il fenomeno migratorio significa agire attivamente, mettendo in atto politiche di medio e lungo termine, secondo un approccio globale, olistico, che tenga conto dell’accoglienza, dell’integrazione e delle cause profonde delle migrazioni forzate. I movimenti di popoli hanno caratterizzato da sempre la storia dell’umanità. Il fenomeno dell’immigrazione è inarrestabile. Qualsiasi politica di contenimento, di controllo, appunto, si pone nella posizione di fallire in partenza. È piuttosto necessario far sì, innanzitutto, che migrare sia un atto volontario e legale, agendo quindi sulle cause che spingono le persone a lasciare le proprie case per guerre, fame e persecuzioni. Una volta che il fenomeno diventa un atto volontario, si tratta di gestirlo, per far sì che il sistema sia in grado di mettere in atto quelle misure tese a rendere efficaci i processi di accoglienza e di integrazione. Se queste due fasi del processo sono gestite con successo, qualsiasi migrante diventa una risorsa, un membro attivo della società, producendo effetti positivi che si potranno riflettere su tutti noi. Molti giovani oggi rivendicano il proprio diritto a viaggiare ad emigrare, ad individuare il proprio posto nel mondo. Un diritto che credo debba essere tutelato, sia per un giovane europeo, che per un giovane proveniente dal continente africano, a patto però che si tratti di una scelta. Nel caso contrario il nostro deve essere un impegno teso ad eliminare le cause di questa costrizione, senza dimenticare, oggi, i valori che ci impongono di accogliere chi fugge e di tutelare sempre la vita. L’Europa ha fatto molto in questi anni. La Commissione e il Parlamento europeo hanno adottato misure di emergenza e strutturali per far fronte al flusso di migranti provenienti dal Nord Africa. Lo ha fatto con tempestività, facendo sì che ciò che per un Paese è un’emergenza, diventi un fenomeno di facile gestione se affrontato solidalmente da tutti gli Stati membri Ue. La resistenza, tuttavia, dei governi nazionali ha posto numerosi ostacoli alle misure proposte. Misure che si rifanno alla solidarietà e all’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati. L’Europa è la risposta, quando però i nostri governi le danno l’opportunità di esserlo.
L’Italia ha tentato di far fronte al fenomeno degli sbarchi attraverso un codice di condotta proposto alle Ong dal Governo. Per quanto mi riguarda le Ong hanno svolto un lavoro da eroi. Hanno colmato un vuoto valoriale profondo lasciato dalla politica: tutelare la vita. Un codice di condotta non cambia le regole. Esiste solo un confine su quanto la società civile può o non può fare. Il confine è la legalità. La stragrande maggioranze delle Ong hanno svolto il proprio lavoro all’interno di questi confini e non è certo un codice di condotta a stabilire nuovi confini. Ad oggi gli sbarchi si sono ridotti, ma, a dimostrazione che il flusso di migranti è inarrestabile, si sono riattivate nuove rotte migratorie, mentre le morti in mare, purtroppo, non sono cessate.

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