Eravamo veramente in tanti il 6 giugno 2018 a Modena nella sede UNIMORE del Centro di Ricerca Interdipartimentale su Discriminazioni e Vulnerabilità per animare, con i tanti soci del Centro Internazionale di Studi e Documentazione per la Cultura Giovanile (iSDC), venuti da Trieste, la tavola rotonda che ha dato ufficialmente avvio alla stesura di una “Carta Mondiale per il diritto al dialogo”. Un “riconoscimento” di validità dell’idea, o meglio dell’intreccio di idee, che in forma sintetica, ma già articolata e concettualmente “fondativa” (direi quasi “costituente”), veniva sottoposta al vaglio di studiosi, politici e “operatori” di buone pratiche, per un confronto ad ampio raggio di principi, fonti, concreto fare e farsi dei diritti e del diritto.

La proposta di affermare il “diritto al dialogo” come diritto fondamentale umano nasce dalla presa d’atto che “La condizione dialogica – come era scritto nel documento base per la discussione– incarna la forma stessa del diritto, il suo fondamentale carattere relazionale. Essa è pertanto l’inalienabile forma pubblica dentro cui i diritti individuali trovano la possibilità del loro reciproco riconoscimento”.

Riconoscimento è da subito parola chiave. Diritti individuali, inalienabilità e forma pubblica sono lì a completare un gioco linguistico che “performa” la relazione. Diritto di Dialogo diveniva già nella prima ipotesi di discussione Diritto al Dialogo, con uno slittamento verso una definizione dei diritti “positivi” che sembra tutta da riformulare. In altri termini, il “riconoscimento”, che ha avuto una sua forte rappresentazione nella Filosofia dello Spirito di Hegel (e già nelle sue opere giovanili, secondo la ricostruzione di Axel Honneth), che lo stesso Axel Honneth considera come fondamentale claim del conflitto sociale, diventa nella nostra prospettiva del Diritto al Dialogo come Diritto fondamentale umano una categoria giuridica, quale del resto esso è nelle teoriche del Diritto Internazionale, non a caso da sempre espressione delle aporie istituite all’interno dei discorsi giuridici dalla Politica della Sovranità, che il Diritto Positivo rafforza surrettiziamente dotandola di una definizione di tipo giuridico (la sovranità come diritto soggettivo dello Stato). Ciò è tanto vero che i portatori dei diritti sovrani (gli Stati) mostrano la loro condizione precaria quando si muovono su scenari quasi pre-giuridici, come evidenziano i casi di riconoscimento di “nuovi” Stati. È proprio sulla definizione del pre-giuridico che una proposta come quella che facciamo si interroga. Quello che i teorici del giusnaturalismo, in parte anche nella sua forma giusrazionalista, consideravano opposto allo stato politico indicandolo come stato naturale, e che oggi indicheremmo come piattaforma universale e canone minimo dei diritti umani, potrebbe apparire come stato pre-giuridico se considerato nell’ottica di uno stato giuridico positivo, che di quei canoni e di quelle soglie minime promuoverebbe e garantirebbe il rispetto, governandone le molteplici epifanie.

Ma quale immagine del mondo rimanda l’idea di un tale stato pre-giuridico? Chi si troverebbe in tale stato e quale la sua reale condizione? Umana? O discriminata. Protetta? O infinitamente e irrimediabilmente vulnerabile? Una “critica” fondata dall’analisi dei complessi teorici e dai profili storico-culturali del diritto e dei diritti invita a lavorare secondo un rinnovato quadro concettuale. Il diritto al dialogo come diritto fondamentale umano istituisce lo stato giuridico, con il suo intrinseco carattere relazionale, come stato umano per antonomasia, identifica quindi la condizione dialogica come la condizione di realizzazione dei diritti umani in quanto diritti. Esso costituisce pertanto un grande impegno rigenerativo nella cultura giuridica moderno – contemporanea. È per questo che il “riconoscimento” diventa categoria fondamentale. Esso, come categoria giuridica, sposta il baricentro dall’individuo alla relazione. L’individualismo moderno-contemporaneo, che fonda, anche in prospettiva etica, il diritto/dovere al rispetto di valori non negoziabili, dal punto di vista che propiniamo può essere abbandonato e sostituito da una cornice normativa relazionale, in cui ciascun singolo è dotato di diritti/poteri, negoziabili proprio in quanto valori e dignità, ridefinibili nelle relazioni umane costituite in forma giuridica e dialogica. Questa “capacità” è inalienabile, definisce lo status giuridico e il diritto soggettivo come “qualità”, pena il venir meno di tutto il sistema giuridico come generale condizione di vita, in cui sul gioco a somma 0 prevalga quella del dialogo che produce dialogo, dei diritti che diventano fonti di diritti, di un gioco che non abbia esito nel nulla. Ciò che il “diritto di dialogo”, meglio “diritto al dialogo”, diritto ad una condizione dialogica come stato di diritto vorrebbe rivendicare necessita una revisione delle relazioni fra le discipline storico- morali (se si vuole “umanistiche”) e delle loro categorie.
I termini fondanti dell’antropologia filosofica, politica, giuridica quali “soggetto”, “individuo”,
“persona”, “singolo” ma anche il Me, il Tu, e il Lui (Levinas, la “terza persona” di Calogero e
tanta parte del dibattito filosofico linguistico della seconda metà del Novecento e di questi primi anni del XXI secolo) sono in realtà altrettanti tentativi, spesso senza soluzione, di declinare la singolarità dell’uomo al di fuori dello “status giuridico” quale noi proponiamo di delinearlo (possiamo dire come “stato di diritto” in un senso nuovo, con forte provocazione intellettuale e proposta critica?) in opposizione alla rappresentazione di uno “stato giuridico” che si identifica normativamente come stato del potere politico, statuale, imperiale e oltre.

L’affermazione del Diritto al dialogo come diritto fondamentale umano, “riconosce” (si è detto) l’ente uomo come titolare a priori di uno status giuridico, e poiché un diritto è un potere/capacità giuridica, come titolare di un potere/capacità giuridica. Difficilmente si potrebbe parlare ancora di “diritti umani” senza fare riferimento a questo inalienabile diritto dell’ente uomo alla sua giuridicità. Da queste premesse discendono una serie di ambiti di analisi e di applicazione. Ne indichiamo solo alcuni: il diritto di cittadinanza deve essere riformulato come diritto “alla” cittadinanza e una più generale revisione dei diritti di in diritti a diventa necessaria dalla nostra prospettiva. Il dialogo delle identità, delle culture e delle generazioni diventa importante se fonda un diritto alle identità e alle differenze, alla parresia (riconoscimento pieno e pubblico delle pari dignità dei discorsi non fallaci e non ostili); il dialogo dei confini e delle frontiere è diritto a storia e storie, diritto al viaggio, alla conoscenza, alle lingue da praticarsi e contaminarsi nella prospettiva di ermeneutiche sempre più diatopiche e distopiche, anche quando i topoi delle civiltà sembrano straordinariamente vicini, in contrapposizione con le ermeneutiche totalizzanti delle filosofie della storia dell’Ottocento nazionalistico ancora vive nella ideologie dei “popoli”.
Parlare di “diritto al dialogo” è possibile soltanto nella consapevolezza che prima del dialogo e del diritto di dialogo è il pluralismo culturale. Il dialogo è già un modo di mettere ordine dentro la pluralità. In questo senso il dialogo è disciplina(riconoscimento/ascolto). Il dialogo è “lavoro” secondo regole, una relazione che produce valori. Non è soltanto mediazione o comunicazione, ma formazione di spazi sociali, economici, politici di esercizio di diritti e di espressioni culturali.

Da individuo a valore, è la transizione continua che la relazione produce nella autocoscienza che ogni ente uomo ha di sé come ente giuridico e dell’altro, nello spazio popolato da molte voci in cui la funzione di terzietà è attribuita proprio allo spazio, fisico, pregno, non liscio, continuamente rimodulato anche dal dialogo fra i saperi. Se un discorso non ingenuo sulle politiche migratory di inclusione implica una relazione fra ordinamenti giuridici (le corti) e una rivisitazione delle fonti normative potrà precisare questi aspetti e se il dialogo interculturale insiste sulla qualità e sui contenuti dei diritti umani (le pratiche e le fonti) il dialogo interculturale sui diritti umani prende il sopravvento sul verticalismo storicistico delle ondate generazionali, ricollegandosi al tema spaziale attraverso le nuove ermeneutiche: spazio come luogo del dialogo pubblico e privato (anche fra generazioni), spazio pubblico come prerequisito del dialogo, come luogo di incontro, di valorizzazione, di sguardo, di accoglienza; diritto allo spazio e al tempo (il tempo della vita, della storia e della memoria), come possibilità di rendere operante quel diritto ad un status giuridico che altro non è se non “cittadinanza”.

Mi fermo qui, in questo testo che ha un forte carattere propositivo e che avrebbe richiesto ben altra mole di riferimenti alla molteplicità dei dibattiti che su tutti i punti toccati sono presenti in letteratura. Nel mondo globale che abitiamo come “cittadini”, il cui universo di relazioni è governato da codici e linguaggi che informano il cambiamento e costituiscono lo spazio pubblico nel quale comunichiamo l’intreccio delle nostre pratiche, noi siamo figlie e figli di un’epoca che ha infranto ogni confine dell’etica, siamo coinvolti nelle contraddizioni di un lungo Novecento che nella crisi sostanziale dei “valori” esprime ciò che resta di una modernità straziata.

Il “Diritto fondamentale al dialogo” è il nostro banco di prova. Esso riporta l’individuo (soggetto e sovrano) all’uomo, il cui “valore” si genera nella relazione con l’altro, con lo spazio che abita, con il tempo che lo ricorda o lo genera; vale il suo “gioco” (la sua abilità di relazione), la sua “capacità” e il suo sogno; vale il suo diritto/ potere in un “gioco” complessivo in cui qualcuno vince perché altri vincano e i valori rimangano inerenti agli uomini come integrale espressione della loro dignità . Di tutto questo una cultura giuridica profondamente rinnovata nel suo fondamento può e deve farsi carico.

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