di Teresa Battistelli
Immigration legal consultant

Nel contesto italiano, le politiche pubbliche in materia di immigrazione appaiono complessivamente soddisfacenti in riferimento ai principi da applicare e ai diritti da tutelare quando hanno per oggetto la prima accoglienza, mentre non sono caratterizzate da altrettanta chiarezza quando riguardano un obiettivo a medio e lungo termine come l’integrazione. In questo secondo ambito si collocano le norme e le politiche pubbliche di un aspetto che è decisivo per la possibile integrazione della popolazione immigrata: il ricongiungimento familiare.

La maggior parte degli studi sociologici, antropologici, psicologici ecc. che sono stati effettuati in Italia e a livello internazionale mostrano significative differenze negli atteggiamenti e nei comportamenti della persona immigrata in una terra straniera, a seconda se l’individuo affronti il complesso processo d’inserimento da solo o invece realizzi questa esperienza nell’ambito di un rapporto di coppia e di famiglia. Una politica pubblica che incoraggiasse la stabilizzazione dell’individuo e del gruppo migrante nel paese d’accoglienza garantirebbe rilevanti benefici sociali, economici e demografici. Che cosa finora ha distolto i governi europei, compresa l’Italia, da intraprendere con convinzione una simile politica?

Le ragioni sono due. La prima, che è anche la più debole, è la riserva mentale che ha accompagnato per decenni le politiche migratorie di vari paesi europei. Emblematico il caso della Germania con il principio del Gastarbeiter, cioè un lavoratore “ospite” che si sarebbe trattenuto nel paese di immigrazione per un periodo di tempo circoscritto, pronto poi a ripartire una volta concluse le esigenze del datore di lavoro che lo aveva assunto. La seconda ragione, ben più complessa e difficile da superare, è il tendenziale contrasto tra l’interesse dell’istituzione famiglia e (quello che a lungo si è ritenuto essere) l’interesse dello Stato. Non a caso tutto quello che riguardava la famiglia e la sua integrità era stato poco considerato dalla normativa internazionale, timorosa che un eccessivo riconoscimento dei diritti di un’istituzione sociale come la prima costituisse un ridimensionamento della sovranità della seconda, cioè dell’istituzione politica statale. Il ricongiungimento familiare, in quanto istituto mediante il quale è concesso ad un cittadino di essere raggiunto dai membri della propria famiglia nel territorio di uno Stato diverso da quello di origine, costituisce uno strumento fondamentale di mobilità delle persone da uno Stato all’altro. Tale mobilità e le modalità che lo consentono vengono considerate parte integrante del controllo dei propri confini da parte di ogni singolo Stato. Dall’esigenza di salvaguardare tale prerogativa è conseguita la cautela mostrata sino a oggi dalla stessa Unione Europea nel trattare la materia riguardante la vita familiare e la tendenza a porre limiti all’esercizio dei relativi diritti.

Tuttavia la dimensione globale assunta dalle migrazioni internazionali, coinvolge oramai tutti i Paesi del mondo, imponendo prospettive e misure completamente nuove in grado di gestire l’intero processo in modalità inedite rispetto al passato. Inizialmente, addirittura, neppure tutti i cittadini comunitari godevano del diritto al ricongiungimento familiare. Con successive misure il diritto comunitario ha ampliato la definizione di libera circolazione, comprendendovi anche le persone “non economicamente attive” e i lavoratori che hanno cessato la propria occupazione, sino a quando la direttiva 2004/38/CE ha avuto il merito di generalizzare il diritto di circolazione e soggiorno a tutti i cittadini dell’Unione e ai loro familiari indipendentemente dall’esercizio di un’attività lavorativa.

Quanto ai cittadini di Paesi terzi, con il trattato di Maastricht e soprattutto con quello di Amsterdam la politica immigratoria, prima lasciata all’assoluta discrezionalità dei legislatori nazionali, è stata inclusa nella cooperazione comunitaria. La direttiva 2003/86/CE armonizza la disciplina relativa al ricongiungimento familiare dei cittadini stranieri legalmente residenti nel territorio di uno Stato membro, attraverso la definizione di standard comuni. A partire poi da un’altra decisiva tappa nella tutela dei diritti fondamentali quale la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la Corte europea dei diritti dell’uomo ha svolto un ruolo decisivo in materia di diritto alla famiglia degli immigrati. Nella sua attività, infatti, la Corte persegue il bilanciamento dei diversi interessi del singolo e dello Stato e valuta se un provvedimento nazionale, rifiutando l’autorizzazione al ricongiungimento, sia o meno conforme al diritto alla vita familiare come garantito dall’art. 8 CEDU.

Nel bene e nel male, comunque, un ruolo decisivo spetta ancora allo Sato nazionale. Da qui la decisiva responsabilità della normativa adottata dal nostro Paese nel recepire e, possibilmente, innovare ampliandola la normativa comunitaria in materia di ricongiungimento familiare. Un processo di rafforzamento dei diritti che è auspicabile non si interrompa, quali che siano i nuovi scenari politici e istituzionali del Paese, in quanto il consolidamento familiare delle persone immigrate non è un privilegio individuale bensì un contributo al conseguimento del bene comune.

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