a cura di Emanuele Giordana
Rosenberg & Sellier
Torino, 2018

Che cosa unisce il Sahara all’Ucraina, Haiti e il Congo, il Pakistan e il Myanmar? La storia di comunità divise da linee tracciate sulla carta, confini che cambiano provocando deportazioni di intere popolazioni, monarchi che non vogliono abbandonare il loro scranno, frontiere illegali che creano ghetti, lasciti coloniali che provocano guerre…
In questo volume – scritto a più mani e curato da Emanuele Giordana senza intenti di esaustività ma rappresentativo delle differenti tipologie di frontiere contese – si racconta la geopolitica dei confini analizzando alcuni casi emblematici, per concludere con un inquadramento storico e letterario sul concetto di confine, un’analisi sociologica sulla sua mediatizzazione come nel caso delle tragedie del Mediterraneo e uno sguardo a una situazione di portata globale più emblematica tra quelle attuali che si va consumando attorno al 38° parallelo.

Prefazione
Sandro Mezzadra
Università degli Studi di Bologna

“Un libro sui confini”, scrive Emanuele Giordana introducendo questo volume, “non è un’enciclopedia delle frontiere”. Mi sembra un’indicazione preziosa, perché il confine mal si presta a essere oggetto di compilazioni enciclopediche (o di atlanti planetari). Meglio: perché lo possa divenire è necessaria una secca riduzione dei suoi significati, della sua intrinseca polisemia, è necessario assumere del confine un’immagine formale, considerarlo nulla più che una linea tracciata sulla mappa. Il fatto è, tuttavia, che proprio quando il confine assume quell’aspetto cessa di essere qualcosa di interessante. Per dirla in altri termini: vale la pena studiare e raccontare il confine nel momento in cui la sua stabilità (così efficacemente evocata dalla linea tracciata sulla mappa) vacilla. È accaduto altre volte nella storia moderna. Accade oggi, in primo luogo perché attorno ai confini si determinano alcuni dei conflitti più intensi del nostro tempo.
[…]Attorno ai confini si muore, in molte parti del mondo: dal Mediterraneo alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, per citare i due esempi più eclatanti (ma non certo gli unici), i conflitti che si determinano attorno al confine sono conflitti legati alla migrazione. Altrove, lungo Durand Line tra Pakistan e Afghanistan o attorno ai confini disegnati dall’accordo Sykes – Picot del 1916 in Medio Oriente è l’intera definizione di aree geopoliticamente strategiche a essere in gioco, in una cornice che continua a essere segnata dalla guerra. Assumendo come punto d’osservazione i “confini di sabbia” nel Sahara si può spingere lo sguardo verso il Mediterraneo, guadagnando un’altra prospettiva sui conflitti che lo attraversano, oppure a Sud, verso il Sahel: tracciati commerciali, rotte del contrabbando, geografie della presenza islamista, pratiche secolari di nomadismo, interessi delle grandi imprese multinazionali si intrecciano attorno a confini ora rigidi, ora elusivi.
[…] In tutti questi casi il confine pare scomporsi prismaticamente per poi ricomporsi, spesso in modi letali sui corpi di donne e uomini in movimento. […] Molti confini appaiono oggi fortificati. In particolare contro i migranti si invocano e si costruiscono muri reali e metaforici. Ma per comprendere il significato (e il funzionamento) di questi muri, occorre guardare ai processi di “esternalizzazione” del confine […] e al modo in cui le politiche di controllo del confine retroagiscono sugli spazi che dovrebbero delimitare.
Insistere sulla mobilità e sull’elasticità dei confini non ha nulla di rassicurante, come dovrebbe risultare ovvio. Contribuisce tuttavia a definire la prospettiva a partire dalla quale studiare i confini oggi. Definivo “formale”, in precedenza, il concetto che riduce il confine a una linea tracciata sulla mappa. È tale, in effetti, nel momento in cui se ne assume come scontata la stabilità. Ma la storia del confine come linea (letteralmente, un’invenzione della modernità europea) è tutt’altro che “formale”. Vale la pena intanto di sottolineare che il tracciato di quella linea è la condizione di esistenza del territorio statale e ha dunque una funzione costitutiva rispetto allo Stato (nonché al “popolo” che lo abita e alla cittadinanza che ne stabilisce i diritti). Ma più in generale, la storia dell’istituto del confine lineare si intreccia con la storia dell’espansione coloniale europea – con la continua apertura di spazi di frontiera (al cui interno la conquista ha assunto spesso la forma del genocidio delle popolazioni native), con la geografia proteiforme del dominio imperiale e infine con i confini tracciati con squadra e matita tra la Conferenza di Berlino del 1884-1885 e l’accordo Sykes – Picot.
Vi è davvero poco di “formale” in questa storia.
[…] La “globalizzazione” è ben lungi dal disegnare un “mondo senza confini”, come alcuni hanno potuto pensare negli anni Novanta dello scorso secolo. In questi anni abbiamo assistito piuttosto a una moltiplicazione dei confini, anche nel senso immediato di un aumento degli Stati nazionali (non di rado nati dal sangue di guerre fratricide, come quelle che hanno fatto seguito alla dissoluzione della ex Yugoslavia). Il confine lineare continua dunque a giocare un ruolo importante (e spesso, lo ripeto, letale) nella vita di milioni di persone. Ma non solo questo confine si è fatto mobile ed elastico più di quanto non lo sia mai stato in passato: oggi si articola con altri limiti (linguistici, culturali, urbani) facendo dell’esperienza del confine qualcosa di profondamente complesso e non di rado spiazzante.
In un romanzo del 1984, lo scrittore statunitense Russell Banks riprendeva la metafora della “deriva dei continenti” per descrivere l’impatto dei movimenti migratori di quegli anni. “A milioni in viaggio da soli e in famiglie, clan e tribù, talvolta come intere nazioni”, donne e uomini migranti gli apparivano come parte di un più grande insieme, “di correnti e maree, di venti e di condizioni climatiche, di continenti alla deriva e masse di terra in movimento che si sollevano, si incontrano, si spaccano”. Mi sembrano immagini particolarmente efficaci anche oggi, certo per comprendere il ritmo e l’impatto dei movimenti migratori ma più in generale per evocare il processo di riorganizzazione degli spazi politici ed economici che stiamo vivendo.
[…] Il confine nel mondo contemporaneo ci sfida a immaginare e praticare una politica del confine, dall’interno dei processi di trasformazione che stanno investendo ed erodendo le categorie e le istituzioni che hanno articolato la politica moderna – dallo Stato alla cittadinanza. Insinuandosi in modi sempre più evidenti all’interno degli spazi di queste categorie e istituzioni, che in teoria dovrebbe circoscrivere, il confine vi diffonde violenza e nuove gerarchie. Una politica del confine oggi costringe a pensare contemporaneamente la dimensione interna e la dimensione esterna della politica – a inventare nuove forme di convivenza sociale e politica per intervenire efficacemente laddove la violenza del confine si manifesta nel modo più letale e a costruire nuove spazialità politiche come base per l’innovazione democratica nella stessa dimensione locale e nazionale. Si potranno abolire i confini? Difficile dirlo. Ma certamente una politica del confine può puntare ad abolirne alcuni, a trasformarne altri da barriere in ponti, e più in generale a fare spazio attorno ad essi per la libertà di movimento, per l’incontro e per molteplici attraversamenti.

Introduzione
Dove arriva il solco del confine
di Emanuele Giordana
Lettera22
Afgana

Quando questo progetto ha preso forma ho pensato che dovesse iniziare con un viaggio su uno dei tanti confini che hanno segnato la Storia recente del pianeta. La scelta è caduta sul diciassettesimo parallelo che per anni ha marcato la linea di separazione tra Nord e Sud Vietnam. Per arrivarci sono salito su un treno notturno da Hanoi verso sud per scendere a Dong Ha, una fermata prima di Hue – l’antica capitale – dove, imboccata la statale 1, si arriva al luogo simbolo della Guerra fredda: la “zona demilitarizzata” attorno al fiume Ben Hai che corre dal confine laotiano al mare. Spezzava una terra di nessuno larga circa otto chilometri. Oggi è un’area tranquilla circondata da piantagioni e bisogna entrare nel piccolo museo sorto accanto a un grande monumento celebrativo per ricordarsi cos’era. Il vecchio e stretto ponte che divideva e ora unisce Sud e Nord è in buono stato come le sue assicelle di legno, e corre parallelo al ponte della statale 1, largo e asfaltato. Son stati restaurati o ricostruiti il casotto della dogana nordvietnamita, gli edifici dove stavano gli osservatori internazionali e una torretta di guardia nella parte Sud, non lontano dalla quale è stato eretto un enorme cono di pietra con una bizzarra forma di missile che si erge in mezzo a foglie di palma stilizzate. Oggi è tutto tranquillo ma la zona meridionale è stata teatro di battaglie violentissime soprattutto durante il conflitto con gli Stati Uniti. I nomi sono noti: Khe Sanh, Con Thien, Hamburger Hill…
Oggi quel confine non esiste più e dunque quel luogo diventa due volte evocativo e suggerisce una quantità di pensieri. Non coincideva col confine geografico, costituito appena qualche chilometro più a sud dal passo del Col des nuages, che divide – seppur con poche differenze – il vietnamita che si parla al Nord da quello che si parla al Sud. Non è più un confine ma il lascito della zona demilitarizzata è fuor di dubbio: ancora oggi la provincia di Quang Tri – e la contigua Quang Binh – restano luoghi pericolosi per andarci a passeggio e sono le zone del Vietnam dove è più alta la presenza di ordigni inesplosi. Mines Advisory Group, una ong che opera a Quang Tri dal 1999, qualche anno fa ne aveva disinnescate circa cinque milioni. Accanto all’antica linea di demarcazione c’è un edifico in legno che ospita delle statue in cera, simulacro della missione delle Nazioni Unite incaricata di supervisionare l’aspetto legale del confine. Quelle facce mute e immobili nel gesto fissato dalla cera, sembrano restituire l’immagine della difficoltà che, ieri come oggi, incontra chi è chiamato a far rispettare gli accordi. Spesso le sue indicazioni hanno un peso ma, la gran parte delle volte, non sono che voci nel deserto. E infine, il monumento a forma di missile che celebra la Riunificazione è solo un simbolo che nasconde le difficoltà dell’integrazione tra le due anime del paese o è davvero il segno di una vittoria non solo militare?
I confini sono molte cose. E ne esistono di diverso tipo. È in effetti un paesaggio «fosco e impuro, magico e violento» – per usare le parole di Sandro Mezzadra e Brett Neilson – quello che «avvolge il gesto di tracciare e istituire un confine», così come – potremmo aggiungere – appare spesso fosco, impuro e violento il suo mantenimento oppure la sua dilatazione. I confini sono elastici e non per vocazione (dovrebbe anzi essere teoricamente il contrario) e spesso contravvengono la regola prima per cui sono stati creati e che dovrebbe costituire uno dei capisaldi delle relazioni internazionali: delimitare un territorio in maniera definitiva marcandolo con una linea separatrice intoccabile e frutto di un patto tra vicini che non deve essere violato a garanzia della sicurezza di chi lo abita. Ma la storia dei confini dice l’esatto contrario. E infatti – come scrive Etienne Balibar – «mentre tradizionalmente i confini dovrebbero essere ai margini del territorio, coerentemente con la loro definizione giuridica… sembra oggi che i confini e le pratiche istituzionali a essi associate si siano spostati al centro dello spazio politico». Ancora Balibar: «La distinzione tra confine e frontiera è indubbiamente importante… Il primo termine è stato tipicamente considerato una linea, mentre il secondo è stato costruito come uno spazio aperto ed espansivo. In molti contesti contemporanei, tuttavia, questa distinzione sembra dissolversi. I confini dell’attuale spazio europeo, per esempio, assumono spesso caratteri di indeterminazione storicamente caratteristici della frontiera, espandendosi in territori circostanti e costruendo spazi secondo una geometria variabile articolata su molteplici scale geografiche». Complessità di una storia che viene da lontano e dove anche la burocrazia, con la nascita degli antenati del passaporto, fa la parte del leone: «Fin dall’Alsazia, il foglio di viaggio di Hoffmann fu coperto da firme di funzionari assai somiglianti agli zig-zag degli ubriachi… fu dunque costretto ad aggiungere un foglio al suo passaporto, poi un altro in Lorena, dove le scritture assunsero proporzioni colossali… vi fu un sindaco che impiegò due fogli, recto e verso, per dare a Hoffmann un autografo…» scrive Dumas raccontando il viaggio del giovane tedesco che va a Parigi nel 1793.
Oggi, che è apparentemente più facile spostarsi da un continente all’altro e con un terzo del denaro che serviva anche solo qualche anno fa, viaggiare è più complicato di prima, persino per un italiano, latore di uno dei passaporti migliori del pianeta grazie agli accordi consolari con moltissime nazioni,: è possibile fare i visti online eppure le misure restrittive sono aumentate e molti stati, se non cercate solo il visto turistico, ve lo concederanno soltanto se lo richiedete nel paese di residenza. La globalizzazione vi permette di spostarvi ma non di vagabondare. Tutto deve essere sotto controllo e non solo se fate parte di quei milioni di persone che si mettono in viaggio per necessità di sopravvivenza ma a cui nessuno concederà mai il visto.
Un libro sui confini non è un’enciclopedia delle frontiere. Se uno dovesse listare tutti i muri esistenti, tutti i confini oggetto di disputa, tutte le difficoltà di attraversare questa o quella dogana, non basterebbe un volume di cinquemila pagine. Ogni confine ha la sua storia, la sua disputa, la sua complessità nata attorno a quel solco fosco e impuro, magico e violento. Abbiamo scelto solo alcuni esempi ma ovviamente potreste aggiungerne all’infinito: quelli suggeriti dalla cronaca recente come l’Ucraina, quelli conclusisi con una strage come nel caso dei tamil dello Sri Lanka, quelli ancora che non sono certificati e non dividono stati ma comunità. Che esistono anche se spesso non si vedono. Reti invisibili che fanno confine e chiudono anziché aprire. Una storia in cerca di codificazione e in continua trasformazione.
Se il viaggio di queste pagine inizia su un confine ormai solo simbolico, si conclude in una località dove, nel cuore di una città santa, uno sbarramento di ferro e filo spinato segna il confine non scritto tra due comunità. Un dedalo di viuzze strette, percorse sempre da una folla immensa di pellegrini in mezzo a venditori di yogurt, tè, offerte votive, mi conduce alla Gyanvapi Masjid, la moschea più importante di Varanasi. Fu costruita dall’imperatore mogul Aurangzeb nella seconda metà del Seicento dopo la distruzione di un tempio indù. Le cronache dicono che Aurangzeb, che non aveva né la statura né l’apertura di suo nonno Akbar, promotore di una pacifica convivenza tra indù e musulmani, volesse dare una lezione ai landlord locali che appoggiavano il monarca e condottiero maratto Shivaji. La provocazione nella città sacra per eccellenza dell’induismo non risultò senza effetti. Quel che restava – e in parte resta – del tempio, divenne oggetto di culto e simbolo di risentimento. In tempi molto recenti, nel novembre 1991, si verificò l’ennesimo scontro tra comunità che doveva uccidere decine di persone. Da allora la grande moschea è circondata da una barriera metallica con filo spinato. I luoghi sacri – oltre alla moschea i resti dell’antico tempio e altri piccoli e grandi mandir indù – sono controllati da polizia, militari, paramilitari. Un confine che non si avverte nell’atmosfera magica che si respira sui grandi ghat del Gange, diventa immediatamente visibile appena si raggiunge l’area attorno alla moschea. Un solco segnato da sbarre di acciaio che mostra il confine invisibile tra la comunità indù e quella musulmana, che negli incidenti del 1991 perse buona parte del suo potere economico legato alle fabbriche tessili, alcune delle quali furono date alle fiamme.
L’idea che muove questa raccolta è che molte delle frontiere e dei confini attuali (uso i due termini indifferentemente cosa che come abbiam visto è e non è) sono all’origine di conflitti, migrazioni, sofferenza. I confini coloniali, confini per eccellenza, ne sono la dimostrazione più ovvia e non è un caso che l’avventura di Al-Baghdadi, il teorico di un nuovo califfato, sia iniziata dalla distruzione di un cippo di confine. Ma i confini, o le frontiere, sono – come a Varanasi o come sul 17mo parallelo – anche molto altro. Sconfinate.

Il confine liquido
Lo spettacolo caleidoscopico attorno al muro Mediterraneo. Il campo di battaglia umanitario e mediatico

di Pierluigi Musarò
Università degli Studi di Bologna

La storia di Samia la conosciamo grazie a Abdi Bile, ex atleta somalo, ignoto in Occidente, ma un eroe per i suoi connazionali che ricordano ancora con emozione la medaglia d’oro nei 1500 metri ai mondiali di Roma del 1987. Era il 2012, Bile celebra il trionfo di Mo Farah (atleta britannico di origine somala) alle Olimpiadi di Londra e davanti a una platea riunita a Mogadiscio per ascoltare i membri del Comitato olimpico nazionale dice: «Siamo felici per Mo, è il nostro orgoglio, ma non dimentichiamo Samia. Sapete che fine ha fatto Samia Yusuf Omar? La ragazza è morta… morta per raggiungere l’Occidente. Aveva preso una carretta del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia. Non ce l’ha fatta. Era un’atleta bravissima. Una splendida ragazza».
Samia è la più piccola dei sei figli di una famiglia di Mogadiscio, nata nel 1991, anno in cui il presidente Siad Barre viene destituito e ha inizio una lunga guerra. Il padre, Omar Yusuf, viene ucciso da un colpo di pistola al mercato di Bakara: il mese dopo Samia lascia la scuola per occuparsi dei fratelli e inizia ad allenarsi nella corsa.
Ma in un Paese dominato dalla guerra e dai fondamentalisti islamici, gente che non vedeva di buon occhio una donna che faceva sport, Samia non solo non poteva godere del sostegno del governo né delle poche strutture sportive ormai distrutte, ma era costretta a correre con le maniche lunghe, i pantaloni della tuta e una sciarpa sulla testa. E a subire spesso intimidazioni, arresti e minacce di morte.
Nonostante ciò, con sacrifici enormi, questa ragazza piccola e gracile nel 2008 era riuscita a gareggiare alle Olimpiadi di Pechino in rappresentanza della Somalia. Arrivò ultima in 32,16 secondi, incoraggiata e applaudita dal pubblico dello stadio. «Sono felice», disse.
Tornò a Mogadiscio, dove fu accolta con poco clamore. Qui ricevette nuove minacce dal gruppo integralista al Shabaab, e dovette allenarsi di notte e con il burqa, nascondendo gli sforzi e le aspirazioni dell’atleta.
Nel dicembre del 2009 finì a vivere con la famiglia in un campo profughi a venti chilometri da Mogadiscio; nel luglio del 2010 riuscì a partecipare ai Campionati africani di Nairobi e il mese dopo si trasferì in Etiopia, nella speranza di trovare un allenatore. Da lì, con il pensiero fisso di partecipare alle Olimpiadi di Londra, attraverso il deserto e il Sudan, arrivò in Libia. Da qui seguì il suo sogno, salendo a bordo di una carretta del mare che avrebbe dovuto portarla in Italia. Ma un muro d’acqua, il 2 aprile 2012, la fa annegare a largo di Lampedusa.
La storia di Samia è venuta a galla grazie al racconto della scrittrice italo-somala Igiaba Scego e del bel libro Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella. Attraverso la loro scrittura scopriamo i sogni e le motivazioni che inducono questa ragazza magrissima e tenace a intraprendere lo spaventoso viaggio che porta tutti i migranti del Corno d’Africa su per le vie dei deserti per tentare di raggiungere le coste europee. Viaggio che spesso si infrange contro il muro del Mediterraneo, nel cui silenzio abissale affogano le storie che i media di tutto il mondo narrarono, anche attraverso immagini forti e commoventi, capaci di indignare o suscitare pietà, ma che poi si dissolvono come qualsiasi vicenda consumata tra un click e qualche commento a margine.

Oltre 30 mila sono le persone che, come Samia, hanno esperito negli ultimi 20 anni quanto fatale sia nutrire il sogno della traversata se si parte dalla sponda sbagliata del Mediterraneo. Migliaia di fantasmi la cui voce non ci raggiunge, protagonisti di una tragedia che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero liquido, il confine più pericoloso del mondo.
Per chi fugge da guerre e carestie, povertà e dittature, la possibilità del naufragio è il prezzo da pagare per re-esistere dall’altra parte del Mediterraneo. Lungo le coste tra Senegal, Libia e Turchia donne e uomini restano sospesi tra il desiderio di partire e la nostalgia di casa. Eppure non desistono. Come Samia, intraprendono ‘il Viaggio’, che dura alcuni mesi o molti anni. Una realtà che spesso diventa un incubo, trasfigurando un abisso ancora più profondo: quello che separa il migrante dal resto dell’umanità.
Per quanto si cerchi di scoraggiare gli aspiranti richiedenti asilo attraverso blocchi, respingimenti, rimpatri e campagne di comunicazione ad hoc, quel mare di mezzo – Mare Medi Terraneum in latino, il mare in mezzo alle terre – che i romani definivano Mare Nostrum, resta più attraente dell’impossibilità di attraversarlo.
Più che un mare frontiera tra l’Africa e l’Europa, un ‘continente liquido’ secondo la definizione di Fernand Braudel, che nella sua storiografia mediterranea ne riconosce la duplice natura di barriera che si estende fino all’orizzonte e al tempo stesso luogo che unisce, denominatore comune di scambi commerciali tra popolazioni accomunate dalle stesse abitudini e ritmi di vita. Similitudini visibili anche nell’architettura del Magreb e della Sicilia, della Cappadocia e della Spagna, frutto di commistioni storicamente intercorse.
«Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre», lo definisce Braudel, uno specchio d’acqua attraversato da navigatori e mercanti, missionari e condottieri, crociati e pirati, ognuno artefice di trame che hanno creato un contatto tra Oriente e Occidente.
Ma il Mediterraneo è anche il mare divenuto teatro di diaspore e conflitti, di speranze naufragate sotto forma di stragi, di traffico di essere umani, di arresti e di solidarietà. Non solo luogo geografico, ma immaginario mutevole che contribuisce a influenzare la percezione dell’altro. A volte rappresentandolo come prossimo, simile, fratello dell’altra sponda. Altre categorizzandolo come alieno, disumanizzandolo, e alimentando così una indifferenza, quando non vera e propria xenofobia, che finisce per considerare inevitabili le tragedie del mare prodotte dalle politiche di respingimento.
Nel passaggio dalle morti fantasma di pochi anni fa all’iper-visibilità dei naufragi contemporanei vengono a galla le incrinature che contrappongono una cultura all’altra. Quella ebraica o cristiana contro quella araba e islamica, quella del cosmopolitismo contro la chiusura identitaria, quella della sicurezza e del controllo dei confini contro l’afflato solidale che mira ad aprire corridoi umanitari.
Un dualismo costruito sulla paura dell’altro crea muri intangibili che cancellano una storia di comuni contaminazioni, generando incomprensioni da entrambe le parti. Una contrapposizione inquietante che, oggi più che mai, vede l’area mediterranea solcata dalla divisione di muri concreti, materiali. Muri che rischiano di far crollare i tanti ponti che hanno sempre legato le due rive.
Il muro tra Israele e Palestina, la barriera tra Egitto e Gaza, la Linea verde di Cipro che separa la parte a maggioranza greca da quella sotto il controllo turco, la fortificazione delle enclave di Ceuta e Melilla in Marocco, il muro disseminato di mine anti-uomo tra Marocco e Repubblica Araba Saharawi, quello tra la Tunisia e la Libia in funzione antiterroristica. E sulle sponde europee, la barriera che separa la Grecia della Turchia, le recinzioni innalzate da Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Croazia e per bloccare i flussi migratori provenienti dal Sud del Mediterraneo, la Grande Muraglia di Calais costruita nel 2016 per impedire ai migranti di salire clandestinamente sui camion diretti in Gran Bretagna, sino al muro di via Anelli costruito nel 2006 a Padova per dividere il quartiere abitato da immigrati dalle villette a schiera dei veneti.
Meno significanti nella loro materialità e fisicità rispetto alle narrazioni ideologiche che in essi si sedimentano, questi muri oggi appaiono marcatori di una geografia morale del mondo in cui convive apertura e chiusura, universalizzazione e esclusione. Segni concreti dei paradossi di una globalizzazione che ha nella localizzazione identitaria l’altra faccia della medaglia. Un wall-being edificato sulle macerie del well-being.
La compressione spazio-temporale che fa del mondo un “villaggio globale” ha esautorato lo Stato della sua reale capacità di controllo sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche al suo interno, sino a renderlo non più “sovrano” come lo aveva immaginato Thomas Hobbes nel Leviatano. Così la politica nazionale, svuotata delle conquiste democratiche tipiche del “progetto della modernità”, si è ritrovata a dover gestire il divario fra gli individui “nazionalizzati” (il cui status è ancora inquadrato da passaporti, visti, residenza, cittadinanza, ecc.) e questioni che diventano sempre più globali, davanti alle quali i primi non hanno quasi nessuna voce in capitolo. Basti pensare alla finanza globale, all’inquinamento o al terrorismo.
Divario che emerge con forza proprio nell’ambito delle politiche in materie di visti, controllo delle frontiere e immigrazione: settori in cui lo Stato ha ancora ampio margine di manovra. Un potere che spesso si manifesta nelle funzioni di polizia e controllo del territorio, reso più urgente dall’esigenza di affrontare la sfida del crimine e del terrorismo transnazionale, e nella gestione delle reazioni di rabbia dei propri cittadini a questo processo di espropriazione della sovranità popolare. Crescono infatti i sentimenti di malcontento e frustrazione, che spesso diventano proteste violente rivolte verso quanti cittadini non sono: immigrati e rifugiati, comunque stranieri, estranei, la schiuma che il mare conduce e abbandona a terra, che la risacca sociale accumula negli spazi morti, ai margini della società.
La crisi dello Stato-nazione tenta di nascondersi dietro muri che promettono di difendere i cittadini dai pericoli esterni, ma che sembrano più utili a distogliere l’attenzione dalla crisi economica e dall’erosione del welfare. E il migrante diventa il perfetto capro espiatorio in una società in cui chi ha perso reddito e futuro sta diventando la maggioranza. Con un ascensore sociale bloccato, o che ha addirittura invertito la sua corsa (non più ascesa sociale ma declassamento), e con l’impossibilità di identificare i colpevoli in alto, si reagisce costruendo un altro più in basso di sé, da schiacciare ancora più in basso per ristabilirne la distanza.
[…] Il muro Mediterraneo diventa oggi l’icona tangibile di una debolezza e di una vulnerabilità con cui gli Stati non avevano ancora avuto modo di confrontarsi. Rappresentando simbolicamente una funzione ed un’efficacia che in realtà non esercita, il Mediterraneo, come gli altri muri, appare come una «performance teatrale e spettacolarizzata del potere». Una performance che rispecchia il potere produttivo del confine, ovvero il ruolo strategico che esso gioca come fabrica mundi, la sua capacità di costruire il mondo. Uno spazio simbolico con una dimensione spaziale che tendiamo a considerare naturale, geografica, territoriale. Ma che è invece una istituzione sociale complessa, segnata dalla tensione tra pratiche di rafforzamento e pratiche di attraversamento. Un dispositivo che «attraversa la vita di milioni di uomini e donne che, in movimento oppure condizionati dai confini pur restando sedentari, si portano i confini addosso».
Un dispositivo che si materializza in primis attraverso i media: dalle linee rigide della mappa geografica che intrappola i soggetti nelle divisioni spaziali create dagli Stati, e non dalla natura o da divisioni antropologiche; sino alle narrazioni visuali che spettacolarizzano le operazioni securitarie di controllo o quelle umanitarie dei salvataggi in alto mare.
[…] Il Mediterraneo come confine, prima ancora che fisico, è narrato, mediatizzato, spettacolarizzato.
[…] Cambia il vento politico e le maree emotive. E il Mediterraneo è un termometro del mondo in cui scoppiano guerre, cadono dittature, si aprono nuovi varchi.
[…] Nel giro di pochi anni, dalla fine del 2013 all’estate 2017, la militarizzazione delle frontiere nel Mediterraneo esplicitamente associata al discorso umanitario ha spostato il confine più a Sud, sulle onde del mare che si infrangono nei centri di detenzione libici. La logica di minaccia e benevolenza, alimentata dai media, ha lasciato il posto a una repressione compassionevole che oggi sembra destinata a perdere il peso morale del secondo termine.
[…] La paura ha riedificato muri laddove si stavano aprendo corridoi umanitari.
[…] Quando la paura prevale sulla compassione alimenta retoriche discorsive che legittimano la chiusura delle frontiere e giustificano guerre. Con la riduzione della distanza fisica tra “loro” e “noi” si è allargato l’imbarbarimento antropologico che riproduce la relazione gerarchica tra l’“Africano” e l’“Europeo”. La solidarietà viene oggi guardata con sospetto, perseguita come reato. E il male riconfigurato come normalità. Banalità.
[…] Il Mediterraneo […] è tornato a farsi muro, cognitivo, morale, politico. E a nascondere dietro le sue crepe le tragiche storie dei tanti che, come la piccola Samia, anelavano a raggiungere le nostre coste. Navigando sotto le stesse stelle, inseguendo gli stessi sogni.

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