Forse la terra è l’inferno di un altro pianeta. Aldous Huxley si espresse così, e non importa sapere a proposito di cosa e in che anno. La frase rimane intatta ed efficace, purtroppo buona per ogni momento storico e per svariate situazioni. La terra nella quale viviamo ci appare il rovescio negativo e sofferente di un mondo migliore, che non esiste non perché un destino fatale ha posto un decreto irrevocabile, ma perché noi lo abbiamo fatto così. Ogni giorno. Da sempre. In un film di qualche tempo fa ambientato nel Seicento, un prelato scriveva da una sperduta missione alla Santa Sede per descrivere le condizioni degli Indios e le disumane atrocità che l’Occidente cristiano causava a quelle popolazioni.

Uno sterminio. A chi osservava che il mondo va così, rispondeva amaro che siamo noi a fare che il mondo vada così. Le leggi della natura politica del dominio sono la tavola perenne su cui si è fissata una tradizione che ci appare l’unica possibile. Tucidide lo ricorda nel dialogo tra dominatori e dominati. I primi dicono ai secondi che devono soggiogarli perché il mondo va così. La prova? A parti invertite, anche gli altri farebbero allo stesso modo. Sicuramente è vero, e comunque è un argomento irresistibile. Così la terra diventa un inferno, dove ci viene preclusa la possibilità di una convivenza civile tra individui e popoli, e conflitti latenti generano una pressione e urti che dividono le nazioni.

Considerare il contrario, desiderare condizioni diverse e percorsi alternativi è catalogato come pensiero utopico. Cioè minore e irrilevante. Se non superficiale e impolitico. Se proviamo però a metterci in quell’altro pianeta che non esiste e guardiamo la terra cosa vediamo? Ce lo hanno detto gli astronauti. Un mondo meraviglioso di oceani e terre emerse. Nessuna frontiera. I confini non esistono in natura. Il mondo poi diventa come scegliamo noi, che lo abitiamo. E costruiamo muri. Muri per impedire che gli uomini e i popoli girino liberamente per la terra alla ricerca di benessere, se non di felicità. Questo era in fondo il sogno del Nuovo Mondo. Muri da difendere ad ogni costo e in modo spietato.

Cosi chi fugge dalle guerre, da epidemie, da catastrofi, o semplicemente da condizioni dove l’accesso all’acqua e all’istruzione è impossibile, si trova davanti un muro. Cosi spesso la terra si trasforma in inferno. Con fili spinati e bocche di fucile a fare da guardia.

Il Mediterraneo, lo vediamo ogni giorno, è un mare che seppellisce quotidianamente individui che desiderano soltanto avere la dignità di vivere. Se provassimo ad immaginare cosa può spingere una madre ad affidare a degli sconosciuti i propri figli per un viaggio incerto e nel buio, le categorie giuridiche che si sono create per distinguere chi ha diritto ad essere salvato e chi ha la pena di essere lasciato morire in mezzo al mare o “a casa propria” risulterebbero immediatamente assurde, oltre che ridicole. La terra è diventata un inferno perché l’inferno sono gli altri, come ha scritto Sartre (l’enfer, c’est les autres).

All’ideologia del muro occorre proporre quella del ponte. In un’epoca dove siamo tutti uniti dal medesimo destino, diventa urgente esplorare altre possibilità per evitare di ritenere che i confini siano gli unici dispositivi possibili per mantenere un equilibrio tra i popoli. Anche perché la divisione che si è creata è ingiusta, e non sappiamo per quanto sostenibile. I ponti possono permettere la conoscenza reciproca e lo scambio. Il dialogo e il rispetto. In una parola, la civiltà. E se questo può sembrare utopico, cioè superficiale e impolitico, dimentichiamo che prima della città esisteva il deserto e l’orda, la giungla e il branco. Il ponte potrebbe rovesciare l’immagine di Huxley, e quel pianeta di cui la terra è l’inferno potrebbe non esistere più, perché la terra sarà diventato quel pianeta che prova ad eliminare le ingiustizie e le sofferenze. E che non ha paura dell’altro.

Related Post

A un anno dal tentato golpe....

Il 15 luglio 2016 il governo di Tayyp Erdoğan ha subito un tentato golpe. Da quel...

PeaceDrums Concerto diffuso...

La musica come strumento di sensibilizzazione e consapevolezza! Questo è l’obiettivo...

Città aperte, quartieri...

Un confine ha una doppia funzione: separa, ma al contempo unisce. Un’ambiguità che sta...

JOURNAL – LUGLIO 2014

PDF del Journal Clicca per leggere su ISUU

JOURNAL – AGOSTO 2016

PDF del Journal Clicca per leggere su ISUU

JOURNAL – GENNAIO 2017

PDF del Journal Clicca per leggere su ISUU

Leave a Comments