Estratto da L. Barbari, F. De Vanna, Il “diritto al viaggio”. Abbecedario delle migrazioni, Giappichelli Editore, Torino, 2018

La genealogia dell’asilo si fonde con quella dell’ospitalità come legge ancestrale che muove più o meno da questo assunto: «in ogni straniero può nascondersi un dio travestito». La sua solitudine, il suo trovarsi privo di legami, lo rendono fragile e nudo, ma in questa nudità insondabile risiede la sua sacralità. Violarla può comportare rischi terribili: le Baccanti impazziscono, racconta Euripide, dopo il rifiuto di dare ospitalità a Dioniso travisato da viandante, punizione terribile per una città incapace di accogliere e aprirsi al cambiamento. Lo stesso messaggio risuona nel precetto biblico «accogli lo straniero e accoglierai me»; nel Vangelo attraverso la persona di Gesù, nato in esilio; nel Corano riferito al Profeta Maometto, anch’egli profugo in cerca di rifugio. Sacralità dello straniero e inevitabilità dell’incontro, prima o poi, con chi da straniero arriverà sulla soglia, e poi consapevolezza che chiunque potrà convertirsi da ospitante in ospite, in quanto partecipi di un’unica condizione umana: queste le
fondamenta della primigenia legge dell’ospitalità. Essa, pur temperata di volta in volta con gli interessi della civitas, dell’Impero, degli Stati nazionali, ritornerà sempre come elemento implicito dell’interdipendenza umana, sia questa intesa come dato di natura, secondo la tradizione aristotelico-tomista sviluppata poi da Ugo Grozio, ovvero come necessità utilitaristica sulla scia hobbesiana del primate dell’interesse. Kant, che ha elevato l’ospitalità a una categoria del giuridico, ne sottolinea le limitazioni più che le ragioni: solo il diritto di visita è concesso all’ospite, a meno che non subentrino altre fonti di accordo o specifiche concessioni della sovranità. Ma assoluto è il divieto di allontanare uno straniero se ciò mette a repentaglio la sua vita. Il dovere di offrire ospitalità a chi si trova in pericolo ci riporta alle radici dell’asilo, al termine greco asylao, “senza cattura”, dove l’alfa privativo indica l’assenza di violenza. In Platone il supplice è il più sacro degli stranieri, poiché in cerca di protezione: anche se non si trattasse di un dio travisato, la sua cacciata sarebbe comunque vendicata dall’ira divina di Zeus […]. Ancorate quindi alla legge dell’ospitalità, le origini dell’asilo si perdono agli albori delle civiltà, per poi divenire istanze più prettamente giuridico-politiche nel diritto romano; ancora tipicamente religiose in epoca cristiana antica e nel basso Medio Evo;prerogative secolari legate alla benevolenza dei monarchi in epoca più tarda.[…] Con il dischiudersi dell’orizzonte dei diritti soggettivi, invece, l’asilo viene rifondato sul principio di inviolabilità della persona.

[…] I primi profughi di massa nell’Europa moderna lo furono per motivi religiosi: un milione di esuli, conseguenza delle guerre che accompagnarono la Riforma e la Controriforma, trovarono asilo in stati europei oppure, oltreoceano, in America del Nord.

Dalla Rivoluzione francese in poi, invece, i profughi politici superarono quelli religiosi: proteggendo chi si trova al di fuori del proprio Stato, l’asilo iniziò da subito a mettere alla prova la tenuta dei diritti soggettivi proclamati nel 1789, rivelando, dalla particolare prospettiva che gli è propria, la tensione tra l’universalità pretesa di diritti fondati sulla comune natura umana, e la particolarità dell’appartenenza alla comunità politica che quei diritti riconosce e protegge.

[…] Le inedite forme di combattimento de-umanizzate della Prima guerra mondiale resero invece l’esperienza degli esuli, come quella delle battaglie, massificata quantitativamente e percettivamente, con un numero di profughi senza precedenti in Europa, conseguenza del crollo dei grandi Imperi e dell’ascesa delle dittature in gran parte del continente.

[…] All’indomani della Seconda guerra mondiale, con la proclamazione di una nuova Età dei diritti da opporre agli orrori dei totalitarismi, questo legame tra effettività dell’asilo e tenuta dei diritti umani sembrò venire preso sul serio. La quarta fase della storia dell’asilo è, infatti, quella della sua positivizzazione in chiave universale e della sua costituzionalizzazione come diritto umano fondamentale. Il diritto d’asilo trova posto all’interno delle costituzioni postbelliche come nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948 […]».

[Dalla] prima delle Convenzioni delle Nazioni Unite, nel 1951, […] e in particolar modo dopo
che il Protocollo di New York del 1967 ne eliminerà ogni riserva temporale e geografica, l’asilo diviene fulcro di un vero e proprio diritto internazionale dei rifugiati. Precisi obblighi giuridici vincolano gli stati aderenti alla Convenzione custodita dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per I Rifugiati (ACNUR), che declina come segue i tre principi fondativi del diritto d’asilo: la non discriminazione, relativa alla sua universalità; la non sanzionabilità dell’ingresso illegale sul territorio di uno stato da parte di chi chiede asilo; il non-refoulement, che traduce l’antico divieto di allontanare qualcuno mettendo in pericolo la sua vita o esponendolo a trattamenti inumani e degradanti. […] Se si considerassero con serietà i dati numerici delle migrazioni contemporanee, scoprendo come quelle verso l’Europa non siano aumentate ma abbiano solo, in assenza di ogni via di accesso legale, cambiato rotta incrementando la pericolosità dei viaggi, si comprenderebbe infatti, al contempo, che se le migrazioni pongono oggi i paesi di arrivo di fronte a una crisi, essa è prima di tutto la crisi del diritto d’asilo, grave come e più di quella che ha segnato il periodo tra le due guerre mondiali. Come allora, le conseguenze rischiano di essere disastrose. Sin dagli anni Novanta, mentre i paesi del Nord del mondo non hanno mai smesso di esportare guerre e depredare delle loro risorse i paesi di origine dei migranti, il diritto d’asilo ha subito costanti confinamenti. A livello europeo, ad esempio, i principi di Dublino, introdotti con una Convenzione nel 1990 e alla loro terza riedizione con il Regolamento 343/2013/UE, hanno consentito una deroga significativa agli obblighi imposti dal diritto internazionale dei rifugiati, permettendo di non accogliere le richieste di asilo se non nel paese di primo ingresso […]. Allo stesso tempo, principi come quello di paese terzo sicuro di origine o di transito, oggi regolati dalla Direttiva 2013/32/UE, sono di fatto confliggenti con il principio di non discriminazione nell’accesso all’asilo sulla base della nazionalità, e rischiano di violare anche quello di non-refoulement, concedendo di respingere richiedenti asilo provenienti da Stati definiti sicuri. Si pensi che il recente accordo tra l’UE e la Turchia, che di fatto ha chiuso la rotta attraversata in gran parte da profughi siriani tra il 2014 e il 2016, si basa proprio sulla definizione della Turchia come un paese terzo sicuro cui può quindi essere demandato il ruolo di paese di primo asilo. Specialmente negli ultimi anni, inoltre, il diritto d’asilo appare indebolito da una serie di decisioni politiche sancite in documenti che non avrebbero potere giuridico vincolante, ma che hanno di fatto svuotato di effettività il regime della protezione internazionale. […] Gli ultimi atti della crisi contemporanea dell’asilo seguono questa china rafforzando, a livello europeo e nazionale, nel quadro dei cosiddetti Processi di Rabat e di Khartoum, accordi di riammissione e di esternalizzazione dei confini con paesi dittatoriali e instabili. Il più significativo in termini di violazioni dei diritti umani appare quello siglato tra l’Italia e il presidente libico Al-Serraj nel febbraio del 2017, accompagnato dalla criminalizzazione e, nell’estate del 2018, dalla chiusura dei porti italiani, ai danni delle ONG che nel Mediterraneo operano per salvare chi per fuggire dalle violenze libiche può solo prendere il mare su barche malferme.

[…] Sempre più reale appare […] la guerra dei governi contro i profughi, irresponsabilmente strumentalizzando il tema delle migrazioni in risposta a un periodo di prolungata crisi economica e sociale, attraverso la costruzione di un capro espiatorio su cui opinioni pubbliche, private di spirito critico, possano dirottare paure e malessere, esattamente come nei decenni più bui del Novecento. E il prezzo non è solo quello, che dovrebbe già essere insopportabile, della vita di decine di migliaia di esseri umani lasciati morire o uccisi alle frontiere.

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