Alzi la mano chi conosce il Bangladesh! Non parlo di chi ne ha sentito parlare, ma di chi ne conosce la storia, le radici culturali, l’attuale situazione economico-sociale caratterizzata da uno sfruttamento dei lavoratori – anche minorenni – da parte di grandi multinazionali nei settori del tessile e della produzione agricola (come per il riso ed il tè), la condizione delle minoranze religiose, ivi compresa quella cristiana, il ruolo della donna…. E potrei andare ancora avanti.
Il Bangladesh è un Paese molto complesso che l’Occidente ha iniziato a seguire, mediaticamente parlando, nella notte tra il 1 e il 2 luglio 2016, quando le telecamere si sono accese sull’Holey Artisan Bakery di Gulshan, un ristorante del quartiere bene di Dacca, capitale del Bangladesh. Per intenderci, il quartiere dove hanno sede la maggior parte delle ambasciate del mondo, compresa quella italiana. E quella notte, fra le vittime, nove dei nostri connazionali hanno perso la vita – dopo essere stati torturati – in un attentato perpetrato in perfetto stile Daesh da giovani ricchi rampolli che avevano frequentato istituti internazionali e rinomati e che, prima di uccidere, hanno chiesto di recitare versetti del Corano, sgozzando chi non era in grado di farlo, il tutto a due passi dalla nostra rappresentanza diplomatica. Alcune delle vittime stavano festeggiando con parenti ed amici il viaggio di ritorno in patria che avrebbero effettuato la mattina seguente. La morte sa sempre essere estremamente crudele e beffarda.


Un evento di tali proporzioni non si era mai verificato sino ad allora. E mai l’Italia era stata colpita al cuore in modo così violento ed inaspettato. Tanto che lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in quei giorni in visita in Messico, ha sentito il bisogno di tornare in patria per accogliere le salme dei nostri concittadini all’aeroporto di Ciampino. Era il 5 luglio del 2016 e poche testate hanno dedicato spazio a questa notizia giudicata purtroppo marginale e di poco rilievo nazionale.
In realtà, il Bangladesh era stato al centro dell’attenzione mediatica anche qualche anno prima, il 24 aprile 2013, con il crollo del Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani della zona di Savar, sempre a Dacca. Per estrare le 1.129 vittime dalle macerie ed i 2.515 feriti, ci vollero più di venti giorni. Un evento passato alla storia come il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile da sempre, così come il più letale cedimento strutturale accidentale dell’epoca moderna. Ad accendere di ottimismo e fiducia i riflettori del mondo sul Bangladesh, c’è voluto Papa Francesco con il suo recente viaggio, dal 30 novembre al 2 dicembre scorsi.
Per tentare di capire meglio in che tipo di Paese il Santo Padre aveva scelto di soggiornare per il suo ventunesimo viaggio internazionale, immediatamente dopo la visita in Myanmar, con la complessa vicenda della reietta minoranza musulmana dei Rohingya, mi sono recata una decina di giorni prima del suo arrivo sia a Dacca che in altre più remote località del Bangladesh: a nord-ovest, nella Regione del tè, nel centro di Syleth, e a nord-est, nella zona di Dinajpur, non lontano dal confine con l’India. L’obiettivo era quello di vedere con i miei occhi e tradurre in immagini per Today (il programma di Esteri di TV2000, in onda ogni lunedì, in seconda serata, sul canale 28 del digitale terrestre e 140 di Sky), l’ex Pakistan orientale, ossia quella parte di territorio divisosi poi dal Pakistan dopo una sanguinosa guerra di indipendenza durata qualche mese, dal 26 marzo al 16 dicembre 1971.

Un Paese governato da un premier donna, Sheikh Hasina, figlia orfana del padre della patria, l’ex presidente del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, ucciso in un attentato insieme ad altri familiari, da ufficiali dell’esercito nell’agosto 1975.
Sbarcata dopo interminabili ore di viaggio, con uno scalo a Doha, in Qatar, nel caotico aeroporto internazionale di Dacca – che di internazionale non ha davvero nulla – il mio sgomento è stato notevole: inquinamento acustico, coltre di smog che avvolge la città e ti permette a mala pena di respirare, e generale miseria che caratterizzano i suoi abitanti – e non solo negli slum dei quali ho avuto modo di intervistare gli abitanti grazie all’aiuto delle Suore di Maria Bambina, che mi hanno sempre accompagnata in tutto il mio viaggio e a quello del Gruppo India, una onlus italiana che assiste i bambini di questo Paese con l’adozione a distanza – sono onnipresenti, notte e giorno, 24 ore su 24. Perché il Bangladesh rimane sempre il Paese più densamente popolato al mondo e, nonostante negli ultimi anni stia vivendo una vera e propria rinascita economica, complice il bassissimo prezzo della manodopera, sfruttata da svariate multinazionali del tessile che qui trovano anche nei bambini la carne da macello di cui hanno bisogno per il loro profitto, lo sviluppo economico non va di pari passo con la tutela delle minoranze religiose, come i cristiani e gli indù, che sono sempre più oggetto di attacchi. E anche se non mi sono mai sentita in reale pericolo nei giorni in cui ho viaggiato in lungo e in largo per il Bangladesh, approdando spesso in luoghi dove nessun occidentale ha sicuramente mai messo piede prima di me, tanto meno una giornalista con tanto di telecamera al seguito, è pur vero che ho spesso sentito l‘indiscrezione degli sguardi e la pressante vicinanza incuriosita delle persone. Ma fa parte del mio mestiere e il Bangladesh rimane comunque per me un Paese accogliente e commovente nel quale non nascondo di voler tornare un giorno.

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