di Giorgio Scichilone

Viviamo in un momento difficile ed esasperato. Questa seconda belle époque, venuta su con il boom economico, le speranze radiose di un futuro di pace e benessere, la bandiera della civiltà occidentale che sventola dalla Luna, delle conquiste scientifiche e dei successi liberali dello scambio, ormai è finita. Dallo spazio ricadiamo sulla Terra e scopriamo la tenacia dei confini, la pressione e la paura. Abbiamo perso le certezze che pure si cominciarono a costruire dopo le barbari catastrofi dei conflitti del Novecento. Le generazioni degli anziani avevano orizzonti di fiducia che le giovanissime generazioni non possono vedere. Voglio usare un’espressione di Emmanuel Carrère riferita alla guerra di Sarajevo (la seconda, perché le cose tornano quando la storia è infruttuosa) e rivolgerla a questi giorni, per cui penso che sia venuto il momento di «anteporre la verità a ciò che vorremmo fosse la verità». Abbiamo sotto gli occhi interi popoli che si muovono dalle regioni devastate del pianeta spinti sempre dal bisogno e dalla sofferenza, che ha i volti della fame, della povertà, della guerra, dell’ambiente inospitale. Dobbiamo cercare i responsabili storici e politici di questa situazione? Non adesso. Basta per ora guardare i volti e le voci di bambini, o i loro corpi senza più vita su qualche spiaggia del Mediterraneo. È questo il migliore punto di vista se si vuole prendere in considerazione i diritti vulnerabili e violati dell’umanità. E capire che siamo giunti a un livello insopportabile di inciviltà, se stiamo permettendo tutto questo. Al netto di un ginepraio di considerazioni, non tutte indecenti; al di là anche di sofismi sottili che tendono a deresponsabilizzarci e spingere il sistema dei doveri, che la nostra stessa umanità ci dovrebbe imporre, oltre i confini delle nostre calde case, per rievocare una straordinaria immagine di Primo Levi; perfino oltre le nostre contingenti convinzioni politiche, è venuto il momento di prendere posizione, almeno sotto il profilo etico, che ha un respiro più universale, come il cielo stellato di Kant. Perché viene un momento in cui siamo chiamati a scegliere da che parte stare. E non spinti da un capopopolo o da qualche giornale facinoroso, ma dalla nostra coscienza, che è un tribunale silenzioso ed esigente, e anche dalla intelligenza, che richiede l’esercizio dell’analisi sottile. Le situazioni, dicevo, sono articolate e solo nuovi barbari le tagliano con l’accetta. O perché sono interessati a vendere in modo semplice le loro soluzioni, che non risolvono nulla, o semplicemente perché non sono capaci di comprendere la profondità dei problemi. Così il rifugio primordiale dell’istinto, angusto eppure rassicurante come le pareti di una caverna, vince sempre i tempi lenti della ragione, con le sue prospettive talvolta scomode. Norberto Bobbio aveva invitato su questa seconda strada, affidando agli intellettuali il ruolo paziente della mediazione, della ponderatezza, del dubbio. Cercare di capire prima che raccogliere certezze. Ma è il corollario di questa lezione che rimane solare: «Imparziali, nei limiti del possibile, non neutrali». Ecco, ben oltre l’arroganza di chi la fa semplice e sa tutto, e anche dinanzi a ogni raffinato labirinto di argomentazioni, alla fine siamo chiamati ad abbandonare la neutralità per sapere da che parte stare. Ritorno a Carrère e usare quella sua pagina per chiudere la mia. Descrive due giornalisti di guerra, e già il rimando è pertinente. Il fronte da dove fanno i loro reportage è quello tra serbi e croati. Lo scrittore li ammira perché, «curiosi del mondo nella sua complessità, se si trovano di fronte un evento che contraddice il loro punto di vista non solo non lo occultano ma lo mettono in risalto». «Questa onestà – osserva Carrère – mi colpisce ancor più perché non sfocia nel “sono tutti uguali” che è la tentazione di quelli che la sanno lunga. Giacché arriva infatti il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare, o comunque da quale posizione osservare gli eventi. Superata la prima fase dell’assedio di Sarajevo quando, con l’acceleratore a tavoletta e a prezzo di enormi spaventi, era ancora possibile bordeggiare da un fronte all’altro, si doveva scegliere se raccontare gli eventi dall’interno della città assediata o dalle postazioni degli assedianti. Anche per uomini come i due Jean, restii a unirsi alle anime belle, la scelta è stata naturale: quando uno è più debole e l’altro più forte, si continua, per onestà, a sottolineare che il più debole non è tutto bianco e il più forte non è tutto nero, ma ci si schiera con il più debole. Si va dove cadono le bombe, non dove partono».

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